Caporetto, l’Italia mente ancora. Molte vie e piazze restano dedicate a Cadorna. Le sue scelte furono fatali ma Mussolini lo graziò

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vSe non ci fosse dietro una delle pagine più tragiche della nostra storia, sarebbe facile compiacerci di quanto siamo fantastici noi italiani, capaci di sentirci vittoriosi anche quando la situazione è più nera. E quale situazione è più triste e dolorosa di Caporetto, una battaglia che all’epoca – esattamente cento anni fa – aggiunse una parola nuova al nostro vocabolario, indicando come nessuna la sconfitta totale e il disonore? Stefano Lucchini, nel bel libro in cui raccoglie e approfondisce tutti gli elementi di quella disfatta dell’ottobre 1917 ricorda che fu una catastrofe capace di scuotere dalle fondamenta l’edificio della nazione e metterne a repentaglio la stessa sopravvivenza. Da grande esperto di comunicazione, Lucchini però va oltre e oltre a ricostruire la drammatica successione dei fatti, ne analizza l’impatto sull’opinione pubblica, spiegando i motivi di quella sorta di riabilitazione parzialmente avvenuta per motivi politici anni dopo. Di qui il titolo del libro che apparentemente stravolge la verità delle cose (A Caporetto abbiamo vinto, Rizzoli). In questi cento anni infatti la rotta di Caporetto ha suscitato una serie di interpretazioni e revisioni che ne hanno deviato e stravolto il significato. Gli scambi di accuse che divampano quando ancora non si è arrestata l’offensiva nemica si attenuarono con l’euforia per la vittoria del 1918.

Disfatta necessaria– Come fossero andate le cose, e cioè la brutalità di alcuni generali, primo tra tutti il capo di Stato maggiore Luigi Cadorna, che mandarono inutilmente al massacro migliaia di soldati, era però emerso dalla fine della censura e dalla commissione d’inchiesta “sul ripiegamento dall’Isonzo al Piave”, istituita nel gennaio 1918. Con l’arrivo di Mussolini al potere, il fascismo che si era presentato fin dagli albori come il partito dell’Italia di Vittorio Veneto e degli ex combattenti non poteva giustificare quell’onta. Così nel 1924 Mussolini nominò contemporaneamente marescialli d’Italia sia Armando Diaz, il generale della vittoria, sia Cadorna, cioè il supremo responsabile dell’esercito al momento di Caporetto. Con questa sorta di risarcimento nei confronti di Cadorna (che era stato rimosso dal comando) il regime volle seppellire il ricordo di Caporetto. Scomparse la rotta e si recuperò l’idea della “ritirata strategica” sul Piave. Se a Caporetto non abbiamo vinto, grazie a Caporetto avremmo comunque posto le basi per la vittoria dell’autunno 1918. Paradossalmente, in questo travisamento provvidenzialistico della realtà è racchiusa una punta di verità. “Potremmo infatti dire – scrive Lucchini – che occorreva una disfatta come quella di Caporetto per liberare l’Italia dalla dittatura di Cadorna, arrivare a una riorganizzazione sotto la guida del generale Diaz, risparmiare ai soldati inutili assalti, assicurare riposi e avvicendamenti. Fu tutto questo che rese possibile la vittoria”. Detto questo Lucchini rifiuta un certo revisionismo di comodo e sottolinea che se “la responsabilità del successo iniziale degli Austro-Tedeschi non può essere accollata al solo Cadorna, poiché v’è un concorso di colpa diffuso tra comandi di vario grado, Capello e Badoglio in primis, sul Comando supremo e personalmente sull’accentratore Cadorna grava il collasso che segue. Per questo il volume si conclude con una richiesta: togliere nei tanti Comuni italiani le strade e le piazze intitolate a Cadorna, lo stratega che voleva sfondare le linee nemiche per arrivare fino a Vienna ma restò bloccato sull’Isonzo. nel sangue di migliaia di italiani.