Cappellani militari: sono 200 e costano 9 milioni. Nessun risparmio sull’eterna casta dei preti-generali. Tanto a pagare è lo Stato italiano

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Tanto è stato detto, tanto è stato promesso, ma alla fine troppo poco è stato fatto. I cappellani militari continuano ad essere super-privilegiati. Alla faccia delle parole e dell’esempio di chi pure dovrebbe essere, per i sacerdoti, fonte di ispirazione come Papa Francesco. Dal Vaticano al Governo italiano, l’anno scorso era stata avanzata la promessa di un taglio significativo al capitolo di spesa della Difesa per i cappellani, tra stipendi d’oro e pensioni di lusso. E invece quella che si preannunciava essere una mannaia, alla fine è stata una sforbiciata. Nel 2017, infatti, la spesa prevista per sostenere i cappellani militari sarà di poco inferiore ai 10 milioni di euro. Cifra stratosferica se pensiamo che stiamo parlando esattamente di 200 sacerdoti. Non uno di più.  Parliamo, infatti, come ricostruito da Luca Kocci su Adista, di 81 cappellani in forza all’Esercito, 31 nei Carabinieri, 30 nell’Aereonautica, 28 nella Guardia di Finanza, 27 nella Marina e 3 svincolati dall’appartenenza ad un corpo specifico, per una spesa totale di 9.579.962 euro (l’anno scorso era di 10,4 milioni), destinata al pagamento degli stipendi. D’oro, evidentemente. Perché c’è un particolare importante da ricordare: le retribuzioni sono interamente a carico dello Stato. Il Vaticano non è tenuto a pagare un centesimo.

Non a caso di super-stipendi ce ne sono a iosa, a cominciare – secondo quanto riportato dalle tabelle ministeriali – da quello del cosiddetto “vescovo castrense”, l’ordinario militare per l’Italia, incarico oggi ricoperto da Santo Marcianò, che al mese porta a casa 9mila e 500 euro lordi (124mila annui, compresa la tredicesima). Senza dimenticare le pensioni, per cui ogni anno vanno via altri 7 milioni di euro. Insomma, uno sproposito. Ed è per questo che, non a caso, Gianni Melilla ha presentato un’interrogazione per chiedere a Paolo Gentiloni ma anche ai ministri Angelino Alfano e Roberta Pinotti “se non ritengano necessario assumere le iniziative di competenza per una revisione della disciplina sui cappellani militari nel senso di una riduzione della spesa e di un superamento di ogni situazione di privilegio”. Sarebbe il minimo. Ma, chissà perché, i prelati non vogliono, richiamandosi alla “militarizzazione” apostolica. Peccato che quella era spirituale, non fondata sulla moneta.

Twitter: @CarmineGazzanni