Caso Shalabayeva, dopo le condanne avvicendamento per il questore di Palermo Cortese e il capo della Polfer Improta. Gabrielli: “Amareggiato e addolorato”

dalla Redazione
Cronaca
RENATO CORTESE

Il Dipartimento della Pubblica Sicurezza “ha immediatamente attivato la procedura amministrativa dell’istituto giuridico della disponibilità per i dirigenti e il personale della Polizia di Stato condannati in primo grado dal tribunale di Perugia, nell’ambito del processo per il sequestro e l’estradizione di Alma Shalabayeva”. E’ quanto ha annunciato, questa mattina, una nota della Polizia di Stato in merito alle condanne, a 5 anni di reclusione, inflitte dal Tribunale di Perugia all’attuale questore di Palermo, Renato Cortese (nella foto), e al capo della Polfer, Maurizio Improta, nell’ambito del processo di primo grado per il sequestro di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Muktar Ablyazov avvenuto a Roma nel 2013, e della loro figlia Alua.

Insieme a Cortese, l’investigatore che tra l’altro catturò il boss Bernardo Provenzano, e Improta, che all’epoca dei fatti erano rispettivamente a capo della Squadra Mobile e dell’Ufficio immigrazione di Roma, sono stati condannati l’allora giudice di pace Stefania Lavore (2 anni e mezzo) e i funzionari della Mobile Luca Armeni e Francesco Stampacchia a (5 anni) e quelli dell’Ufficio immigrazione, Vincenzo Tramma e Stefano Leoni (4 anni e 3 anni e 6 mesi).

“Il Capo della Polizia-Direttore Generale della Pubblica Sicurezza – riferisce la nota -, pur ribadendo la profonda amarezza ed il pieno convincimento dell’estraneità dei poliziotti ai fatti contestati, intende così riaffermare il principio che la Polizia di Stato, il cui motto non a caso è ‘sub lege libertas’, osserva e si attiene a quanto pronunciato dalle sentenze, quand’anche non definitive”.

Il numero uno della Polizia, Franco Gabrielli, ieri, si era detto “addolorato e amaraggiato” per le condanne ma convinto che nel processo d’appello “la verità processuale corrisponda alla nostra verità”. “Personalmente – aveva aggiunto -sono convinto, come Franco Gabrielli, non come capo della Polizia, che ci sarà un esito diverso, anche perché vorrei ricordare che le verità processuali non necessariamente sono le verità fattuali. Oggi siamo addolorati, amareggiati però continuiamo a fare il nostro lavoro perché questa sentenza è stata emanata in nome del popolo italiano. Siamo in uno stato di diritto – ha concluso – ci sarà un appello e ci auguriamo che la verità processuale corrisponda alla nostra verità”.