Cassa integrazione? I partiti non ne hanno diritto. Il giuslavorista e senatore Pietro Ichino: una scelta davvero inaccettabile

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di Vittorio Pezzuto

Manca tuttora un’attuazione delle norme costituzionali che prevedono il riconoscimento giuridico dei partiti e dei sindacati. In altri termini, è necessaria una legge che regolamenti la vita di questi soggetti non solo sul versante dei finanziamenti ma anche su quello delle responsabilità giuridiche, delle regole democratiche della vita interna e del funzionamento degli organi statutari. Un’anomalia vistosa ma non casuale. A Pietro Ichino, senatore di Scelta Civica e tra i più importanti giuslavoristi italiani, chiediamo per quale motivo il Parlamento non abbia mai voluto colmare questa lacuna.
«Qualsiasi forma di riconoscimento giuridico comporta in qualche misura una regola di trasparenza, cioè conoscibilità del modo in cui i soldi arrivano e in cui vengono spesi. Questo i partiti non lo hanno mai gradito. Ora devono accettare il principio della full disclosure».
L’aula della Camera ha appena approvato l’articolo 2 del disegno di legge sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, che stabilisce appunto che questi ultimi “sono libere associazioni attraverso le quali i cittadini concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ma allora come potrebbe giustificarsi l’eventuale concessione della cassa integrazione a favore dei loro dipendenti? Se ne parla tranquillamente sui giornali come se i partiti fossero equiparabili a delle vere e proprie aziende…
«Questa scelta è inaccettabile per due motivi. Innanzitutto perché si passa all’incasso del trattamento assicurativo senza aver mai pagato i contributi. In secondo luogo perché si usa la Cassa integrazione impropriamente, in una situazione in cui andrebbe attivato semmai un trattamento di disoccupazione ».
La crisi economica sta prosciugando le risorse per gli ammortizzatori sociali. Eppure la cassa integrazione ai dipendenti dei partiti sarebbe gravosa per lo Stato, andando a compensare parte delle risorse liberate dall’abolizione del finanziamento pubblico (peraltro già deciso dai cittadini per via referendaria).
«Ho già detto che ne penso malissimo. Aggiungo che questa malversazione non è una novità. La CIG in deroga è già stata data negli anni scorsi, del tutto impropriamente, a dipendenti di partiti estinti o in difficoltà».

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