Cemento, banche e affari. Così il Partito democratico s’è giocato la base facendosi male con le sue stesse mani

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Cemento, municipalizzate, banche, grandi opere e mega-eventi, giornali. La forza del Pd con le lobby e sugli affari miliardari è stata la fossa che il partito di Matteo Renzi si è scavato con le sue stesse mani in queste elezioni comunali a Roma e a Torino, dove sono arrivate le due sconfitte più sonanti contro il Movimento Cinque Stelle. Mentre i grillini invece sono stati capaci di andarsi a prendere i consensi veri, piazza per piazza, mercato rionale per mercato rionale, periferia per periferia. Le somiglianze tra quello che è successo nel capoluogo piemontese e nella città eterna sono molto più sostanziali di quanto possa sembrare. E’ vero che Torino è stata amministrata più che discretamente tanto da Sergio Chiamparino quanto da Piero Fassino (che però hanno scavato un buco finanziario da 3 miliardi). Ed è vero che invece a Roma è successo di tutto, dalla cattiva gestione dei servizi fino a Mafia capitale, oltre ovviamente a un debito talmente enorme (12 miliardi) che è stato necessario sdoppiarlo in una gestione commissariale parallela. Ma se si guarda alle due città in termini di potere e di blocchi sociali, le analogie sono notevoli. A Torino, il Pd ha vinto solo in centro storico, nel quartiere chic della Crocetta e in Collina. Insomma, tra i ricchi, mentre i Cinque Stelle sono andati a valanga in tutti i quartieri della borghesia impoverita (e impaurita) e nelle periferie più disagiate. Con episodi addirittura grotteschi, come la polemica tra Pd e Caritas sul reale numero di poveri presenti in città.

PARTITO CHIC – A Roma, il Pd ha vinto solo ai Parioli e in centro storico ed è andato sotto ovunque, prendendo schiaffi da M5 anche in quartieri rossi come il Prenestino, il Tuscolano e la Garbatella. E mentre il Pd perdeva contatto con i suo bacini elettorali, in entrambe le città diventava il punto di riferimento dei cosiddetti poteri forti. A Torino, lungo tutta la dolorosissima ristrutturazione Fiat, Sergio Chiamparino, Piero Fassino e Matteo Renzi hanno fatto a gara a spalleggiare in ogni modo Sergio Marchionne, gran capo di Fca. E nei grandi piani di riqualificazione urbanistica hanno valorizzato in vario modo il patrimonio immobiliare in dismissione della Fiat, rappresentato in massima parte dagli stabilimenti abbandonati. Lo stesso rapporto ancillare è andato in scena con Intesa Sanpaolo, che ha costruito un grattacielo molto contestato, e grandi energie sono state messe nel presidiare la Compagnia di Sanpaolo e la municipalizzata Iren. Solo per fare un esempio, una delle prime nomine ad assessore che Chiara Appendino ha annunciato è quella dell’urbanista Guido Montanari, tra i pochi ad aver avuto il coraggio, negli anni scorsi, di contestare i piani edilizi della città.

COMPAGNO TAV – E poi c’è il Tav Torino-Lione, sul quale è andata in scena una semplificazione politica assai miope. Il Pd, a cominciare da Chiamparino e Stefano Esposito, ha tentato di far passare l’idea che i contrari alla grande opera fossero soltanto un pugno di valligiani ottusi e la frangia più violenta dei centri sociali. Un’operazione che ha avuto il pieno appoggio della stampa locale e della magistratura, come se fosse possibile reprimere il dissenso impugnando il codice penale e militarizzando i cantieri. Ma chi conosce da vicino la crescita impetuosa dei Cinque Stelle a Torino sa perfettamente che il collante dei suoi esponenti, che venivano dalle esperienze più disparate, è stato uno e uno soltanto: la battaglia contro il Tav. Se ci si sposta a Roma, la musica non cambia. Il Pd ha tenuto bordone a Francesco Gaetano Caltagirone, socio di minoranza di Acea, ha lottizzato Ama (rifiuti) e Atac (trasporti) a più non posso, è sempre stato molto sensibile agli interessi mobiliari dei vari Parnasi e Toti. E ovviamente si è schierato come un sol uomo a favore delle Olimpiadi del 2024 e mai ha fatto sentire la propria voce contro i ritardi dei costruttori sulla linea C della metro. Tutte partite milionarie che hanno compattato sul Pd anche i principali giornali, ovvero La Stampa, Repubblica e il Messaggero, ma senza che neppure questo potesse fermare l’onda di piena grillina. Anzi.