Centrodestra a pezzi nella Capitale. La carta coperta è Cremonesi. L’ex presidente di Camera di commercio e Acea può mettere d’accordo tutti

di Gaetano Pedullà
L'intervista

di Gaetano Pedullà

Nelle attuali condizioni “a Roma non serve solo un sindaco, ma un patto tra le forze che vogliono davvero salvare la Capitale. Perché Rutelli ha ragione quando dice che la città è in decomposizione, ma è anche vero che un miracolo è ancora possibile. Ovviamente se si avrà il coraggio di scelte coraggiosissime”.
Quali scelte, chiediamo a Giancarlo Cremonesi, 69 anni, imprenditore che conosce come pochi Roma per aver guidato come presidente – tra le altre cose – la Camera di commercio e l’Acea. Tanto che i Liberali lo stanno spingendo a candidarsi per il Campidoglio.
“I problemi sono molti – spiega – ma le priorità sono tre: lavoro, legalità e rilancio internazionale. Per il primo punto il Comune deve azzerare tutte le imposte per almeno tre anni a chi assume e fa investimenti produttivi. Sulla legalità va fatta un’ampia rotazione del personale comunale, più controlli e far rispettare le leggi senza deroghe. Il rilancio internazionale, infine, si fa individuando cento manager in ogni parte del mondo, a cui affidare il compito di attrarre i capitali per valorizzare la bellezza, la cultura e il nostro immenso patrimonio artistico. Un petrolio che non scende mai di valore”.
Lei parla di patto, ma i partiti del Centrodestra sono divisi come mai.
“I partiti, compresi i Cinque Stelle, non hanno capito che oggi a Roma nemmeno superman può risolvere tutto da solo. Bisogna andare oltre, e anche nel Centrodestra serve un supplemento di generosità. L’alternativa è non arrivare nemmeno al ballottaggio”.
I Liberali, un partito minuscolo ma di grande tradizione culturale e politica le ha chiesto di farsi avanti. Se pensiamo all’area moderata, l’aspettativa è che lei ce la possa riuscire dove Marchini non ce la fa.
“Mi faccia dire prima una cosa: sono onorato di essere stato coinvolto da un partito storico come quello Liberale. Per venire alla domanda, Marchini da solo è difficile che vada molto più su del dieci per cento. Ma Marchini, Meloni, Bertolaso, l’associazionismo civico e il mondo imprenditoriale, tutti insieme possono puntare davvero a vincere e dare una prospettiva credibile a Roma”.
Non si illuda. Marchini vuole fare il sindaco o null’altro.
“Di fronte a una situazione tanto complessa come quella di Roma l’interesse di tutti è dare una prospettiva alla città. Dividersi o perdere prima di partire non fa gli interessi di nessuno”.
E come pensa di convincerlo? E di convincere Salvini?
Io non devo convincere nessuno. Devono convincere le idee. E la mia idea è di saldare la buona politica che ci serve con l’onestà e una capacità manageriale di realizzare i progetti. L’unica possibilità che ha Roma per risollevarsi. Guardi che questo chi ama Roma lo capisce benissimo”.
Per fare cosa in concreto?
“Togliere tutte le imposte comunali a chi assume è un primo passo. Poi però serve che i lavoratori e le imprese abbiano da realizzare progetti concreti, ad alto valore aggiunto. Il primo tra tutti è iniziare una trasformazione urbana paragonabile a quella delle grandi capitali europee. Trasporti collettivi, infrastrutture materiali e immateriali. Chi si è occupato tutta una vita di impresa sa bene quanto è lungo l’elenco delle cose da fare”.
E i soldi chi li mette?
“Di soldi a Roma ne girano tantissimi. Se cominciassimo a farli guadagnare al Comune invece che ai privati, come si è fatto per decenni sui rifiuti o sulle valorizzazioni urbanistiche, quello delle risorse sarebbe il problema minore”.
Ma lei non è amico di Caltagirone?
“Sono amico di chi ama Roma. E di chi rischia pure la faccia per risollevarla.