C’era una volta l’uomo solo al comando. Renzi snobbato dai ministri: al congresso scelgono gli altri candidati

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Sembra una vita fa quando Anna Finocchiaro e Maria Elena Boschi lavoravano insieme alla renzianissima riforma costituzionale. Poi c’è stato il referendum e l’esito della consultazione ha completamente cambiato il corso delle cose. E così l’ex presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, nonché ministro dei Rapporti col Parlamento nell’attuale Governo Gentiloni, ieri ha rotto gli indugi schierandosi apertamente con Andrea Orlando in vista del congresso. Solo l’ultimo riposizionamento dem anche nel cuore di Palazzo Chigi. Segno di una distanza che si allarga tra Matteo Renzi e il Governo stesso, nonostante si tratti di un Esecutivo fotocopia del suo, ma soprattutto spia di un isolamento crescente intorno al fu-rampante rottamatore.

Senza lieto fine – Che questo congresso post scissione non si rivelerà una passeggiata per Renzi, d’altronde, l’ha detto subito Rosy Bindi. Ma la verità è che lo stesso ex premier lo sa perfettamente. “Nella buona e nella cattiva sorte” non è proprio una formula applicabile in politica. Sarà per questo che l’ex sindaco di Firenze nella sua ultima e-news ha parlato di favole che “prima o poi finiscono”, ma soprattutto ha citato Claudio Ranieri, passato dal trionfo col Leicester in Premier League all’esonero: “Gli stessi che esaltavano l’impresa, hanno maramaldeggiato sul mister romano. Ma anche se le favole finiscono, prima o poi, le persone vere restano. Chi conosce Ranieri sa che lui tornerà, mentre i giocatori che lo hanno tradito… chissà”. Un messaggio neanche troppo velato a chi in queste ore gli sta voltando le spalle. Nell’Esecutivo, infatti, a  Renzi non restano che i fedelissimi, piazzati in posizione chiave. A cominciare dalla Boschi, che da sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha in mano comunque la partita delle nomine nelle partecipate, fino a Luca Lotti, ministro dello Sport con delega all’editoria. A scoperchiare per primo il vaso di Palazzo Chigi, annunciando la sua adesione al neonato movimento Democratici e progressisti (Dp), è stato il vice ministro dell’Interno, Filippo Bubbico. Per un Graziano Delrio che, nonostante i rapporti non sempre idilliaci con Renzi e al netto dell’ultimo fuori onda di critica all’ex segretario, rimane fedele all’uomo di Pontassieve, c’è un ministro di peso come il responsabile del Tesoro Pier Carlo Padoan che comincia a scalpitare. Fino a ora ha sempre seguito la linea renziana del no a nuove tasse ma nei giorni scorsi, pur smentendo voci di dimissioni, si sarebbe impuntato sulla necessità “di mettere in campo un Def coraggioso”. Ma la prova più evidente di un Renzi che sta perdendo il controllo sui piddini al Governo la fornisce lo stesso premier Gentiloni. Silente e nell’ombra dal giorno del suo insediamento, forse proprio per agevolare un ritorno in sella di Renzi, per la prima volta nei giorni scorsi ha alzato la voce (sempre nel suo stile diplomatico) con l’Europa. Un tentativo di emancipazione? È presto per dirlo.

Riposizionamento – Intanto, però i buoi continuano a scappare dalla stalla. Se il ministro Maurizio Martina è rimasto al fianco dell’ex premier, dalla sua stessa corrente di Sinistra e cambiamento, la sottosegretaria all’Economia, Paola De Micheli, sarebbe orientata a sostenere Orlando. E che dire del commissario straordinario alla ricostruzione Vasco Errani che ha appena detto addio al Pd?  Certo, al momento tra i ministri dem che hanno deciso di rimanere al fianco di Renzi c’è Dario Franceschini. E quindi, anche i franceschiniani Roberta Pinotti, Marco Minniti e Marianna Madia. Ma si sa che il titolare dei Beni Culturali è sempre una mina vagante. Non proprio una spalla sicura per Matteo, Sempre più isolato nel suo fortino.