Cerroni condanna la Capitale. Ma dimentica le sue colpe sui rifiuti. Per il Supremo l’emergenza è ormai irrisolvibile. Il sistema pubblico paga decenni di monopolio privato

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Il tema dei rifiuti nella Capitale è ormai al centro del dibattito. Non passa giorno che qualcuno tenti di dire la sua sull’emergenza che sta stritolando la città eterna e la cui soluzione sembra a dir poco complicata, complice alcuni impianti andati a fuoco durante incendi dolosi, atti di vandalismo ai cassonetti e, per concludere, strutture per il trattamento dell’immondizia che lavorano a servizio ridotto. In questo marasma non poteva di certo mancare il commento del Supremo, il cosiddetto re della monnezza Manlio Cerroni, che ieri non le ha mandate a dire spiegando che: “Per l’emergenza rifiuti a Roma ormai è troppo tardi, non c’è più tempo. Servirebbe un miracolo”.

Detto dall’ex padrone di Malagrotta, la più grande discarica d’Europa e per la quale era in ballo una procedura d’infrazione, la cosa farebbe già di per sé sorridere. Ma c’è di più perché queste parole le ha dette uscendo dal Tribunale di Roma in cui pende una richiesta di rinvio a giudizio per alcuni malfunzionamenti all’interno dei suoi impianti. Eppure per il Supremo, a suo dire, la soluzione l’aveva già in tasca tanto che “la mia offerta alla sindaca l’ho fatta a gennaio 2018: in quaranta giorni, complice anche il fatto che a febbraio ci sarebbe stato un calo di produzione dei rifiuti, con le mie squadre avrei risolto il problema, utilizzando poi il tritovagliatore di Rocca Cencia e quello per il trattamento biologico meccanico di Guidonia per la stabilizzazione della frazione organica”.

CAPO INDISCUSSO. Una proposta che, però, la prima cittadina Virginia Raggi aveva respinto al mittente perché, tra le altre cose, Cerroni qualche ombra sembrava averla tanto che era finito più volte al centro delle inchieste dei pm capitolini. In un caso era stato indagato addirittura per presunti contatti con la Camorra, salvo poi essere completamente scagionato dall’archiviazione chiesta e ottenuta dalla Procura. Ad ogni modo non si può negare, come da lui stesso affermato, che “Roma oggi è ridotta come Milano a metà degli anni 90, quando si scatenò l’emergenza e i cittadini chiusero le finestre di casa per non sentire la puzza generata dai rifiuti non raccolti che arrivavano al primo piano dei palazzi”. Quello su cui è lecito dubitare è che la situazione si sarebbe potuta sbloccare grazie al suo intervento dato che i suoi impianti sono quelli usati in questi mesi e che ora lavorano a mezzo servizio perché in manutenzione.

VANDALISMO DIFFUSO. Ma mentre la città dimostra quanto sia necessario ripensare all’intero ciclo dei rifiuti, puntando sull’economia circolare e sulla raccolta differenziata, continuano gli incendi dolosi dei cassonetti. Gli ultimi si sono verificati in via Medaglie d’Oro, alla Balduina, e completano la mappa dei roghi che ormai copre l’intero territorio della Capitale. Troppi per non dare ragione alla Raggi che ha spiegato come “sui rifiuti è in corso una guerra” dove “qualcuno vuole riportare l’apostata al precedente credo”. Un riferimento tutt’altro che velato al fatto che c’è chi starebbe spingendo per evitare che la città proceda sulla strada da lei tracciata, ossia quella che partendo dalla raccolta differenziata porta all’economia circolare, per tornare al sistema delle discariche. Giorni in cui, tra le altre cose, si torna a parlare con insistenza della proposta del governatore Nicola Zingaretti che spinge per la costruzione della discarica di Pian dell’Olmo a Riano nonostante la ferma opposizione dei cittadini del piccolo Comune laziale e della Raggi che, da tempo, ha detto di non voler vedere mai più simili strutture.

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