Un gigantesco niente di fatto. È l’esito col quale si è chiuso ieri il Consiglio Affari Interni informale sulla crisi migratoria di Ceuta. La formula scelta da Bruxelles per il suo comunicato è quella che va bene con tutto: “piena solidarietà alla Spagna”; “pensiero alle vittime”; “la promessa di stringere ancora la morsa su trafficanti e frontiere esterne”. Finito.
Il comunicato parla anche di “posizione unanime” dei ministri dell’Interno, che hanno espresso “unanime solidarietà alla Spagna, elogiando la rapidità e l’efficacia con cui le autorità di Madrid hanno gestito la situazione a Ceuta” e hanno confermato che la grande maggioranza di chi ha varcato illegalmente il confine di Ceuta è già stata rimpatriata, senza movimenti secondari verso il resto dell’Unione.
Ma le ricette contro l’immigrazione restano le solite
Come dire, non è successo nulla e nell’Unione siamo tutti amici come prima. Tuttavia sul tavolo restano i temi caldi e, soprattutto, le politiche di chiusura sostenute dalla maggioranza dei 27 per combattere l’immigrazione. Ricette che vanno dal rafforzare i rimpatri, al blindare le frontiere esterne, fino a costruire partenariati con i Paesi terzi, passando per migliorare i sistemi di allerta precoce — dall’intelligence pre-frontaliera al monitoraggio dei social — e il coordinamento della comunicazione nelle fasi di crisi, anche per contrastare la disinformazione di attori esterni.
A tirare le somme in conferenza stampa è stato il commissario agli Affari interni Magnus Brunner, che di fatto archivia la vicenda: “gli ultimi giorni sono stati un test per la resilienza europea e per la sicurezza delle frontiere esterne”, dice, “e l’Europa lo ha superato”.
Il commissario cita i numeri delle riforme entrate in vigore dal 12 giugno — screening di frontiera, procedure accelerate, nuovo regolamento sui rimpatri — per sostenere che l’immigrazione irregolare è scesa del 55% in due anni e di un altro 40% da inizio anno, con poco più di 49mila attraversamenti illegali totali alle frontiere esterne dell’Unione.
Non arrivano invece critiche alle regolarizzazioni di massa decise da Madrid, anche se Brunner ammette che il segnale mandato al resto d’Europa “non è positivo, proprio no”.
Sulla sospensione di Schengen decisa dall’Italia, il commissario apre a un ripensamento: la misura, dice, dovrà essere valutata come proporzionata e temporanea, e la situazione è cambiata rispetto a quando Roma l’ha annunciata, perché ora c’è la certezza che le persone sono rientrate in Marocco.
Intanto Piantedosi rilancia il modello degli hub nei paesi terzi
In questo quadro si inserisce l’intervento del ministro Matteo Piantedosi, che dopo aver espresso alla Spagna una “sincera solidarietà“, ha provato a disinnescare le polemiche degli ultimi giorni, sostenendo che il ripristino dei controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna non sia mai stato “in alcun modo una misura rivolta contro Madrid”, ma una scelta cautelare e organizzativa per tutelare la sicurezza nazionale in un momento di forte pressione.
Eppure, il blocco è arrivato nelle stesse ore in cui Roma parlava apertamente del rischio di un afflusso di migranti dalla Spagna verso l’Italia, ed è la stessa iniziativa — quella guidata da Italia e Danimarca insieme ad altri 22 Paesi per il rafforzamento delle frontiere esterne — che l’ex Alto rappresentante Ue Josep Borrell descrive senza giri di parole come una critica indiretta a Madrid. Difficile quindi sostenere che la misura non avesse un bersaglio spagnolo.
“Italia apripista con l’Albania”
Piantedosi ha poi parlato degli hub di rimpatrio nei Paesi terzi, di cui l’Italia — dice — è stata “apripista” con il Protocollo con l’Albania, capace di suscitare l’interesse di “una maggioranza sempre più ampia” di Stati membri nel superare “i vecchi tabù ideologici del passato”.
Un punto toccato anche da Brunner, per il quale “Cinque o sei Stati membri stanno collaborando per parlare con i Paesi terzi degli hub di rimpatrio. – ha detto il commissario – E’ un’iniziativa legittima, ma dobbiamo anche concentrarci sul concetto di Paese terzo sicuro, il che significa che la procedura di asilo può essere effettivamente svolta al di fuori dell’Unione europea, laddove tale concetto lo consenta”.
La condanna di Borrell: “La solidarietà europea è morta a Ceuta”
A chiudere il cerchio, e a rimettere la vicenda nella cornice politica che Bruxelles preferisce non nominare, sono le parole di Borrell, pronunciate a Cadena Ser proprio mentre i ministri erano riuniti. “La solidarietà europea è morta a Ceuta“, dice l’ex capo della diplomazia comunitaria, perché diversi Paesi hanno anteposto gli interessi elettorali nazionali alla cooperazione leale tra Stati membri.
L’approccio adottato da alcuni governi – “fondamentalmente l’Italia, ma anche altri” – è per Borrell “assolutamente il contrario” di quanto ci si sarebbe aspettati di fronte a un Paese che ha subito, dice, “un attacco ibrido”. La demagogia populista, avverte, non può prendere il posto dello Stato di diritto. E chiede alla Spagna di far sentire la propria voce in Consiglio, esigendo la stessa solidarietà che Madrid ha sempre garantito agli altri Stati membri sui temi migratori.