Chi uccide davvero i figli di Gomorra

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Di Gaetano Pedullà

Morire a 17 anni è tragico. Ma a questa età si possono commettere errori fatali, come viaggiare in tre su uno scooter e fuggire a un posto di blocco dei carabinieri. In un quartiere ad alta densità criminale come Traiano, a Napoli, come in tante altre periferie degradate del Paese, il senso di impunità può far vivere la sfida alle forze dell’ordine come un gioco. Una furbata da uomini veri, perché a quell’età lo Stato considera questi guaglioni ancora immaturi, ma troppo spesso la malavita li ha già fatti diventare grandi e vaccinati, coinvolgendoli prima in piccoli furti, poi in rapine e in molti casi anche in omicidi.

Morire a 17 anni è tragico, ma prendersi una pallottola pure da ragazzi di questa età è facile come bere un bicchier d’acqua. E tre giovani che fuggono inseguiti possono essere armati. La concitazione, la sparatoria, il sudore e il sangue: in pochi attimi tutto può mischiarsi. Così ieri un ragazzo incensurato, ma colpevole di stare al posto sbagliato con compagnie ancora più sbagliate, ha pagato il prezzo più alto. Davide Bifolco, 17 anni non ancora compiuti, è stato raggiunto da un colpo di pistola, partito pare accidentalmente, da un militare. La tragedia era compita. Non è passato molto e sono subito esplose le proteste del quartiere, con centinaia di persone scese in strada a sfogare la loro rabbia. Dov’erano queste persone quando andava spiegato a Davide che all’alt delle forze dell’ordine ci si deve fermare? Semplicemente non c’erano, perchè la lezione che hanno dato a questo ragazzo è tutta un’altra. Lo Stato è un nemico. E la polizia lo è ancor di più.

Giù dunque a distruggerne un’auto, a danneggiarne altre e a rilasciare farneticanti dichiarazioni alle telecamere, capovolgendo la realtà. Davide è stato assassinato. Il cattivo è l’uomo in divisa, e nulla conta che la povera vittima scappava con un latitante e un pregiudicato. Troppo facile scaricare sulla polizia l’assenza di un qualunque senso civico. In città dove tutto è difficile, a partire dallo sbarcare il lunario, è troppo gravoso prendersi altre complicazioni addosso. Così la ressa di familiari e conoscenti del giovane si è spostata anche all’ospedale San Paolo, dove si trova la salma che dovrà essere sottoposta ad autopsia.

L’indagine
Come siano andate fino in fondo le cose lo stabilirà l’indagine che è stata immediatamente aperta e per la quale il carabiniere che ha sparato è stato subito indagato per omicidio colposo. Il militare, un 22enne in servizio alla Radiomobile, è stato interrogato dal pm Manuela Persico, titolare dell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Nunzio Fragliasso. “Un atto dovuto anche a garanzia dello stesso carabiniere”, è scritto in una nota della Procura dove si riconosce la delicatezza dell’episodio che ha determinato la dolorosa perdita di una giovane vita. In mano agli inquirenti c’è il secondo occupante dello scooter, il 18enne Salvatore Triunfo, con precedenti per reati contro il patrimonio e danneggiamento. Identificato il terzo occupante del mezzo, un latitante con precedenti per reati contro il patrimonio, evaso dai domiciliari a febbraio scorso. Secondo una prima ricostruzione, le tre persone in sella allo scooter stavano percorrendo con fare sospetto il viale Traiano e non si sono fermati all’alt. Ne è nato un inseguimento che si è concluso su via Cinthia, quando il conducente dello scooter in corsa ha preso un’aiuola perdendo il controllo del mezzo, urtando l’auto dei militari e cadendo a terra. Subito dopo la caduta uno dei tre inseguito da un carabiniere, è riuscito a fuggire a piedi facendo perdere le tracce. Mentre l’altro militare stava bloccando gli altri due, avrebbe accidentalmente esploso un colpo con la pistola d’ordinanza che ha raggiunto il ragazzo.

Giochi pericolosi
La madre ora piange. “Quando gli ha sparato quel carabiniere non ha visto che Davide era un bambino?”, domanda disperata. Senza sapere, ancora adesso, che i bambini non vanno in giro a sfidare la polizia. E a ucciderle il figlio non è stato il carabiniere, ma i brutti compagni di giochi che frequentava. Giochi pericolosi. Il fratello della povera vittima accusa: “È stato un omicidio, non s’inventassero scuse. È stato un omicidio”. Sembra che abbia assistito alla scena: “Non è caduto durante l’inseguimento – dice imprecando – è stato speronato e ucciso. È stato colpito al cuore e dopo, quando era a terra, i carabinieri hanno anche avuto il coraggio di ammanettarlo”. L’epilogo e dei più classici: “Io mi vergogno di essere un italiano”, dice senza pensare che in certi quartieri dove l’illegalità è la legge, chi sprezza le regole dello Stato ha già scelto di non essere italiano. E non sarà facile trovare una legge che autorizzi a fuggire davanti a un controllo stradale.

Accuse fuori luogo
“Qui – prova ancora a difendersi il fratello della vittima – di morti ne vediamo tanti ma stanotte un intero rione è sceso in strada e sapete perché? Perché non è stato ucciso un camorrista ma un ragazzo innocente”. E poco importa se l’innocente guidava un motorino rubato, senza patente e senza assicurazione, scappava ai carabinieri e accompagnava – chissà dove – due pregiudicati. Già ieri molta stampa ha sposato acriticamente il dolore della madre e l’assoluzione seduta stante fatta dal fratello del povero Davide. La sua morte è un fatto tragico, ma certo garantismo d’accatto contro la polizia “assassina” è persino peggio. E qui sì che c’è da vergognarsi di essere italiani.