Chiuse le indagini sul crollo del Ponte Morandi. Gli indagati sono 69 più Aspi e Spea. In 51 anni nessun intervento di rinforzo sui stralli della pila 9

Ponte Morandi
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La Procura di Genova, dopo quasi tre anni di indagini, ha chiuso l’inchiesta per il crollo del Ponte Morandi, il viadotto dell’A10 collassato il 14 agosto 2018 causando la morte di 43 persone. La Guardia di finanza ha notificato gli avvisi agli indagati. I pm Massimo Terrile e Walter Cotugno, insieme all’aggiunto Paolo D’Ovidio, hanno indagato 69 persone, più le due società – Aspi e Spea (la controllata che si occupava della manutenzioni) – si tratta di ex vertici e tecnici delle due aziende, ex e attuali dirigenti e tecnici del ministero delle Infrastrutture e del provveditorato.

Le accuse sono di attentato alla sicurezza dei trasporti, crollo colposo, omicidio colposo e omicidio stradale e rimozione dolosa di dispositivi per la sicurezza dei posti di lavoro. Dall’inchiesta principale sul crollo sono nati altri filoni in cui sono coinvolti l’ex ad di Autostrade, Giovanni Castellucci, finito anche ai domiciliari poi tramutati in interdittiva per un anno (leggi l’articolo), l’ex numero due Paolo Berti e l’ex numero tre, sempre di Aspi, Michele Donferri Mitelli.

Già nel 1990 e nel 1991, secondo quanto hanno accertato le indagini condotte dalla Procura di Genova, Autostrade Spa sapeva che nella pila 9 del Ponte Morandi, quella crollata il 14 agosto 2018, vi erano “due trefoli lenti e due cavi scoperti su quattro”. “Le indagini diagnostiche degli anni 1990 (19-29 novembre) e 1991 (12-13 giugno) – si legge nell’avviso di conclusione notificato agli indagati – sugli stralli della pila 9, pur eseguite in modi parziali e inadeguati, avevano individuato, sull’unico strallo a mare lato Savona esaminato, 2 trefoli ‘lenti’ e del tutto privi di iniezione, e, sull’unico strallo lato Genova lato monte esaminato, 2 cavi scoperti su 4, privi di guaina perché completamente ossidata, privi di iniezione perché asportata dal degrado originato dalle infiltrazioni dell’acqua meteorica e, soprattutto, alcuni trefoli rotti, con pochi fili per trefolo ancora tesati”.

Il calo del 98,05% della spesa nelle manutenzioni con la concessionaria privata, scrivono ancora i pm di Genova, è una “situazione non giustificabile, per il concessionario privato, con l’insufficienza delle risorse finanziarie necessarie, dal momento che aveva chiuso tutti i bilanci dal 1999 al 2005 in forte attivo (utili compresi tra 220 e 528 milioni di euro circa), e che, tra il 2006 e il 2017, l’ammontare degli utili conseguiti da Aspi è variato tra un minimo di 586 e un massimo di 969 milioni di euro circa, utili distribuiti agli azionisti in una percentuale media attorno all’80%, e sino al 100%”.

Aspi inserì nel 2013 per la prima volta il Ponte Morandi nel Catalogo dei rischi un “rischio specifico, autonomo ed unico relativo al viadotto Polcevera, definendolo ‘rischio di crollo per ritardati interventi di manutenzione'”. E per quel rischio la società aumentò il massimale assicurativo da 100 a 300 milioni di euro. “Il fatto che il viadotto Polcevera – almeno sino al completamento dell’intervento di retrofitting sugli stralli delle pile 9 e 10 – presentasse criticità e problemi, i cui rischi, in termini di stabilità e sicurezza dell’opera, non era possibile determinare con precisione, ma che certamente andavano aumentando con il passare del tempo, aveva indotto la stessa concessionaria ad elevare il massimale assicurativo relativo al viadotto Polcevera, a decorrere dal 2016, da 100 a 300 milioni di euro”.

In 51 anni, dall’inaugurazione nel 1967 al crollo del Ponte Morandi, rivelano i magistrati della Procura di Genova, non è “mai stato eseguito il benché minimo intervento manutentivo di rinforzo sugli stralli della pila” 9. Inoltre, “nei 36 anni e 8 mesi intercorsi tra il 1982 e il crollo, gli interventi di natura strutturale eseguiti sull’intero viadotto Polcevera avevano avuto un costo complessivo di 24.578.604 euro”: il 98,01% stati spesi dal concessionario pubblico e l’1,99% dal concessionario privato. “La spesa media annua del concessionario pubblico era stata di 1.338.359 euro (3.665 al giorno), quella del concessionario privato di 26.149 euro (71 al giorno)”.

“Non è stato perso nemmeno un giorno senza lavorare a questa indagine. La complessità della vicenda, due incidenti probatori, hanno portato a questi tempi” ha detto il procuratore di Genova, Francesco Cozzi. “E’ stato un lavoro straordinario. Questo – ha aggiunto il magistrato – è un passaggio importante ma è il punto di vista della procura, dello Stato. Ora si apre una fase in cui le difese spiegheranno le proprie ragioni. Come servitore dello Stato sono onorato ad avere coordinato questa indagine. Lo dovevamo alle vittime e per tutelare interessi pubblici e privati”.

“Le informazioni contenute nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari – ha detto, invece, la presidente del Comitato Vittime del Ponte Morandi, Egle Possetti -, confermano quelle che da tempo sono le nostre sensazioni, ovvero che la situazione delle manutenzioni fosse vergognosa, purtroppo non c’è nulla di nuovo sotto il sole, però adesso bisogna guardare al processo e per noi sarebbe fondamentale, una volta tanto, che non si confermassero i tempi tutti italiani della giustizia. Le imputazioni sono estremamente pesanti, saranno lunghi i tempi di prescrizione”.

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di Gaetano Pedullà

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