Chiusi in camera, ma col morto. Tornano i classici del Giallo con i delitti “sotto chiave”. L’assassino invisibile, fra i 50 migliori al mondo

di Carmine Castoro
Cultura

Una signora volgarotta, appariscente, arrogante, una trendy neo-cafonal, diremmo oggi, dell’alta borghesia inglese di inizio Novecento viene trovata pugnalata a morte nella sua stanza da letto, fra orologi che ticchettano, scrittoio, toeletta, un puzzle quasi completo, un camino, poltrone e tappeti, arredi e parquet, tutto di raro pregio e costosa fattura. Unico particolare: l’ambiente è perfettamente sigillato dall’interno con catenaccio e chiave girata nella toppa. Chi l’ha uccisa? Ma, soprattutto: chi è riuscito a commettere l’efferato delitto scappando indisturbato, visto che non ci sono segni di effrazione e vie di fuga?

Un gioco di prestigio, una sciarada di sangue e terrore, un rompicapo pazzesco questo L’assassino invisibile di Rupert Penny (Polillo, pagg. 340, euro 14,40), uno degli autori della insuperabile Golden Age del mistery circoscritta proprio ai primi decenni del XX secolo. Testo inserito fra i 50 migliori gialli al mondo della lista howdunits (come c’è riuscito?) stilata dal critico Jonathan Scott. Una sfida per il creatore classico di assassini, la locked room, che ha visto destreggiarsi tutte le più raffinate penne del settore. Con esisti meravigliosamente cervellotici, sul filo tagliente di una perfetta logica e verosimiglianza, e con una suspense che ti attanaglia, sconfiggendoti, fino all’ultimo rigo. Il primo a offrire una soluzione all’omicida senza traccia fu senz’altro Edgar Allan Poe con il suo I delitti della Rue Morgue, ma indimenticabili sono anche Le tre bare di Dickson Carr, Il delitto alla rovescia e Il re è morto di Ellery Queen, Morte dal cappello a cilindro di Clayton Rawson, Il Natale di Poirot di Agatha Christie, della quale si possono ricordare anche Assassinio sull’Orient Express e Dieci piccoli indiani, se per camera chiusa intendiamo in senso lato anche un treno incastrato nei ghiacci della Mitteleuropa o un’isola senza attracchi dove un cinico mittente convoca gli ospiti di un macabro weekend a “eliminazione”.

Penetrare nelle pieghe sottili e temibili dell’essere umano, far affiorare le realtà più scomode, giungere al capolinea della verità e alla ricomposizione del patto sociale. Le spy story hanno sempre assolto a questo paradigma: dopo il sangue innocente versato, ritornare alla pax collettiva “ferita” e spiazzata, ai valori traditi, grazie alla sagacia di quella missione inquirente e stabilizzatrice dell’ordo socialis in cui si incarna l’angelo con la pistola, l’ispettore senza macchia e senza paura, l’investigatore privato dalle inimitabili celluline grigie: profiler ante litteram che, fra sigari e uncinetti, brandy e shopping paesano, battono alla grande i moderni camici bianchi alla CSI.