Onorevoli attaccati alla poltrona. Anche la Cirinnà scherzava sulle dimissioni. E come lei molti altri

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di Stefano Iannaccone

Le dimissioni di un parlamentare sono merce rara. Spesso solo annunciate, ma poi puntualmente ritirate. Come è successo a Monica Cirinnà. Che a caldo, dopo lo stop alle unioni civili, aveva detto di voler chiudere con la politica, salvo ripensarci. Senza nemmeno un passaggio in Aula. Una procedura diversa da quella seguita da un altro senatore del Pd Walter Tocci, ma con lo stesso esito: aveva promesso di lasciare lo scranno parlamentare, ma ha lasciato decadere l’intenzione dopo il primo voto contrario dei colleghi. “Ho sempre detto che avrei rispettato il risultati del voto segreto”, ha dichiarato l’esponente dem a La Notizia.

STORIE  – Certo, esistono esempi come quello dell’ex senatore 5 Stelle, Giuseppe Vacciano, protagonista di una vicenda kafkiana: vuole lasciare Palazzo Madama e aveva gli scatoloni già pronti per lasciare il suo ufficio, ma l’Aula ha respinto la sua richiesta per due volte. Ma lui insiste: ha presentato le dimissioni una terza volta. “Sono in attesa della votazione, a breve chiederò un sollecito per metterla in calendario entro marzo. Spero che ci sia un voto favorevole”, racconta. La sua è una storia con pochi paragoni: la tendenza è quella di non rinunciare al seggio. Anche perché l’iter favorisce il ripensamento: dopo aver rassegnato le dimissioni, c’è bisogno che dell’approvazione dell’Aula. Che, per prassi, tende a respingerle almeno la prima volta. Tuttavia non è sempre così, come testimonia il caso dell’ex presidente del Consiglio, Enrico Letta. La sua decisione è stata accolta. Nella legislatura in corso tanti avevano presentato l’atto delle dimissioni. Ma ci hanno ripensato oppure hanno evitato di presentarle dopo il voto. La lista include molti fuoriusciti (o espulsi) del Movimento 5 Stelle. Uno dei casi più eclatanti è stato quello di Luis Orellana, che con Lorenzo Battista, Fabrizio Bocchino e Francesco Campanella sono stati i primi a pagare dazio al pugno duro di Beppe Grillo. “Il mio unico fine è il bene degli italiani nel rispetto del dettato costituzionale dell’articolo 67 che lascia liberi di vincoli di mandato i propri rappresentanti eletti in Parlamento”, aveva detto Orellana, annunciando il ripensamento. Ma al Senato, oltre a Vacciano, Ivana Simeoni, Francesco Molinari, Maurizio Romani, Maria Mussini, Alessandra Bencini, Monica Casaletto, Laura Bignami e Giovanna Mangili avevano dato le dimissioni. Alla Camera c’è stato il caso di Cristian Iannuzzi. Allo stato dei fatti sono rimasti tutti in carica.

VERSIONE – “Sulle mie dimissioni anche i senatori del M5S, che mi avevano espulsa dal gruppo, hanno espresso voto contrario”, ricorda Mussini, ora nel gruppo Misto di Palazzo Madama. Che ribadisce: “Non lascio il Senato, perché sto rispettando il mandato. Ho messo la mia faccia in campagna elettorale e sto seguendo i principi per cui sono stata eletta. Sono più 5 Stelle io che gli altri”. Alessandra Bencini, ora passata con Italia dei valori, racconta la sua esperienza che l’ha vista passare dai pentastellati alla maggioranza: “Io in realtà ho ritirato le dimissioni perché sono in Parlamento per portare avanti delle idee e delle posizioni, indipendentemente dal partito di appartenenza. Ora ho trovato la mia casa nell’Italia dei Valori. La situazione è cambiata, perché l’Idv è parte della maggioranza. Per me era naturale dialogare con il Pd anche quando ero nel Movimento 5 Stelle. Ma ho scoperto che per loro non era così”. Finora, salvo casi di incompatibilità, come i parlamentari eletti per altre cariche, oltre a Letta, si sono dimessi effettivamente l’ex ministro della Cultura, Massimo Bray, e i due deputati di Scelta Civica, Luciano Cimmino e Paolo Vitelli. A loro si è aggiunto Lapo Pistelli, che ha lasciato il Palazzo per un’opzione più unica che rara: un incarico da vicepresidente all’Eni.

Twitter: @SteI