Cominardi: basta flessibilità sul lavoro

di Vittorio Pezzuto
Politica

di Vittorio Pezzuto

«Il piano sul lavoro di Renzi è davvero a 90 gradi» sostiene Claudio Cominardi, deputato del Movimento 5 Stelle. «Parlano ancora di flessibilità ma la realtà ha dimostrato il contrario. Con le leggi Treu, Biagi e Fornero è calata l’occupazione vera, duratura. E gli studi Ocse dimostrano che l’Italia negli ultimi 25 anni è stato uno dei Paesi più flessibili al mondo. Quello che serve è dare garanzie al lavoratore, il resto sono chiacchiere».
Non è meglio avere un lavoro a tempo determinato che non averlo affatto?
«Mica vero. Con l’automatizzazione e il progresso tecnologico l’apporto dell’uomo è diminuito ma la produttività è aumentata. Secondo una logica basata sull’uomo e non sul profitto occorreva invece diminuire l’orario di lavoro mantenendo invariati i salari. E poi deve esistere un salario minimo di sopravvivenza: non è che devi accettare un part time di 400-500 euro solo perché non c’è lavoro».
Non la fate semplice?
«Senta, potrei parlare di moltiplicatori keynesiani e delle teorie del Premio Nobel Joseph Stiglitz rispetto al fatto che si possono attuare delle politiche di limitazione delle disuguaglianze sociali, ottenendo una maggiore propensione al consumo di quelle fasce a reddito basso che ora non riescono nemmeno ad accedere ai bisogni e ai servizi essenziali. Con l’esplodere della crisi sono aumentati sia i poveri sia i redditi dei super ricchi. Pochi concentrano nelle loro mani grandi quantità di denaro che non vengono poi immesse nel mercato. Per questo in Svizzera i giovani socialisti hanno presentato un referendum per istituire il rapporto 1:12 dei salari in tutte le aziende pubbliche e private».
L’hanno perso.
«Hanno ottenuto il 36% di consenso in tutto il Paese (nel Canton Ticino addirittura il 49%) e non ce l’hanno fatta solo perché nelle ultime due settimane sono entrate in azione le lobby. Spendendo 12 milioni di franchi hanno condotto una campagna terroristica sostenendo che con la vittoria dei Sì le aziende sarebbero fuggite dal Paese. È stato comunque un successo politico se solo si pensa che in Svizzera godono di un welfare migliore del nostro e di un salario medio molto più alto»
Non date per scontato che il lavoro caschi dal cielo? Gli imprenditori sono in grande difficoltà.
«Non scindo mai le parti, siamo tutti sulla stessa barca. Ho lavorato in una piccola impresa come programmatore e disegnatore meccanico, so cosa significa mandare avanti realtà di quel tipo».
Cosa proponete per creare lavoro?
«Abolizione dell’Irap per le piccole e medie imprese, forte riduzione del cuneo fiscale, adeguamento del regime di tassazione ai livelli europei, semplificazione burocratica, tutela particolare del nostro Made in Italy e collegamenti stabili tra Università e aziende per investire in ricerca e innovazione».
È quello che propongono tutti gli altri.
«Beh, forse hanno iniziato a farlo dopo averci sentito. E poi un conto sono i discorsi, un altro i fatti. In Commissione Lavoro alla Camera si sono opposti al tetto alle pensioni d’oro. Non è passata nemmeno la nostra proposta sui macchinisti ferroviari che svolgono un lavoro usurante: per un errore materiale nella riforma Fornero, si sono trovati a dover andare in pensione a 67 anni, nove anni più tardi del previsto. Eppure hanno una speranza media di vita di 64 anni!».
Qualche successo lo avete ottenuto?
«In Commissione Attività produttive avevamo proposto che le aziende che decidono di delocalizzare siano prima obbligate a restituire gli aiuti pubblici che hanno eventualmente ricevuto. La maggioranza ha accolto il nostro emendamento ma con una formulazione che l’ha fortemente depotenziato, prevedendo che tale regola scatti solo qualora l’azienda si privi di almeno la metà dei suoi addetti».
L’articolo 18 è stato un elemento di freno alla crescita dimensionale delle nostre imprese?
«Ma quando mai, è un diritto fondamentale! Qualsiasi professore di diritto ti spiega che si ritorna alla situazione preesistente quando uno dei due contraenti viola un accordo stipulato in precedenza e il giudice gli dà torto. Ecco perché non si può in alcun modo eliminare la reintegra del lavoratore».
Peccato che i giudici siano quasi sempre dalla parte di quest’ultimo.
«Mica vero. Il giudice è parte terza, non è un comunista! Io penso che si debba anche in questi casi conservare una visione d’insieme, tutelando gli interessi della collettività».
Quale rapporto avete costruito con Confindustria?
«A esser sinceri, nessuno. Non ha a cuore le sorti del Paese ma solo quelle delle grandissime aziende, delle holding. Molte altre associazioni che riuniscono medie e piccole imprese esprimono invece contenuti interessanti e tengono realmente al tessuto sociale e produttivo».
E i sindacati?
«Nel caso della Triplice si tratta di vere e proprie corporazioni. Apparentemente difendono i sacrosanti diritti acquisiti dai lavoratori, in realtà si autoalimentano grazie a giochi di potere e in nome della logica della lotta di classe. I sindacati di base sono invece un’altra storia».