Commissioni illecite

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di Angelo Perfetti

Altro che banca amica. Capita a molti, soprattutto in questo periodo storico, di sforare il conto corrente, di andare “in rosso” come si dice in gergo. Quando capita, le conseguenze sono piuttosto salate: si pagano forti interessi di scoperto, si rischia di vedere registrata questa abitudine” per poi vedersela rinfacciare dalle banche come scusa per non concedere prestiti o mutui. Dal primo ottobre scorso (delibera Cicr del 30/06/2012) se si spende di più delle giacenze disponibili sul conto, la banca ci fa pagare, oltre agli interessi debitori sulla somma in rosso per il periodo in cui è durato, due nuove commissioni. Nel caso di conti con fido (“affidati”), la banca, al momento dell’apertura del conto, mette a disposizione una somma di denaro aggiuntiva rispetto a quella presente sul conto, che il cliente può usare per fare pagamenti che transitano dal conto stesso. Sul fido si paga ogni trimestre la “commissione di disponibilità fondi”, pari al massimo allo 0,5% del fido concesso e che si paga anche se non lo usate. Un salasso: parliamo di 100 euro all’anno per un fido di 5.000 euro, che le banche intascano solo per la disponibilità a sforare sul conto. Una spesa fissa a cui dobbiamo aggiungere gli altrettanto salati interessi passivi sulle somme del fido che usiamo: in media il 13,16%. Ma Intesa San Paolo nei suoi contratti di conto corrente, successivamente al 2009 anno in cui tale tassa era stata abolita per legge, era andata oltre: aveva inserito anche una nuova commissione di massimo scoperto. Tra le migliaia di correntisti della banca, però, ce n’è stato qualcuno più pignolo di altri, che ha intentato una class action insieme ad Altroconsumo (associazione di consumatori), chiedendo la restituzione di quanto indebitamente prelevato dall’Istituto di Credito.

Il ricorso sui conti in rosso
Ed è proprio su alcune commissioni chieste da intesa San Paolo che si è incentrata un’azione legale da parte di 104 correntisti, come azione pilota di rivalsa nei confronti dell’Istituto di credito. Il tribunale di Torino (sentenza del 28/3/2014 causa 32770/2011) ha stabilito che le commissioni applicate sui conti scoperti erano illegali, quindi vanno restituite ai correntisti. Passa così il principio che la banca ha preso dei soldi che non avrebbe dovuto prendere. E’ una vittoria parziale, però. Significativa ma parziale: solo 6 dei 104 consumatori aderenti, infatti, hanno ottenuto il rimborso relativo alla class action. L’adesione degli altri consumatori non è stata ritenuta valida per un cavillo burocratico: la loro firma non era stata autenticata da un notaio, formalità non prevista dalla legge. Così il tribunale impone ulteriori oneri burocratici che non fanno altro che frenare la class action. Fatto sta che tutti i correntisti di Intesa Sanpaolo che, anche solo per qualche giorno o qualche settimana, sono andati in rosso sul conto corrente, tornando poi a fine mese in attivo (grazie all’accredito dello stipendio, per esempio) e che hanno hanno dovuto pagare, oltre agli interessi passivi, anche una commissione chiamata “Csc commissione di scoperto di conto”, oggi sanno che un Tribunale l’ha dichiarata illecita. E dal momento che il giudice ha ritenuto la clausola nulla, ogni correntista può rivolgersi alla banca facendo richiesta di rimborso della commissione pagata. In mancanza di risposta si può fare ricorso all’Arbitro bancario e finanziario.

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