Quanti furbi col compro oro. E i controlli restano al palo. Oltre 20mila attività per un affare di 12 miliardi. Chi c’è dietro? Non si sa: solo l’1% è registrata

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di CARMINE GAZZANNI

Anelli, bracciali, orecchini, orologi. Scambiati in cambio di denaro e, nella maggior parte dei casi, senza nemmeno un prezzo di borsino. Sono i cosiddetti “compro oro”, i negozi che scambiano il metallo prezioso in cambio di euro, dietro cui però si nasconde nella maggior parte dei casi un mercato illegale, i cui fili sono tenuti in mano dalle organizzazioni criminali. Potrebbero sembrare accuse pesanti lanciate contro un mercato che, complice la crisi economica, si è sviluppato enormemente. Ma non è così. È infatti il ministero dell’Economia, in  una relazione consegnata al Parlamento sulla “attività di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo” a fare il punto sulla questione.

SPAZIO ALLE CRIMINALITÀ – Non a caso, nel lungo report, c’è un capitolo dedicato esclusivamente al fenomeno dei compro oro. Basti leggere le prime righe del dossier per capire la gravità del fenomeno: “L’analisi dei rischi nazionali di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo elaborata dal Comitato di sicurezza finanziaria ha individuato le attività economiche maggiormente esposte al rischio di riciclaggio e i metodi principalmente utilizzati dalla criminalità organizzata per riciclare i proventi derivanti dalle attività illecite, nonché le categorie più sensibili a fenomeni di infiltrazione di criminalità organizzata o con un’operatività a questa più asservibile”. E tra queste, quali troviamo? Proprio i compro oro. Non è un caso, si legge ancora nel dossier, che il censimento effettuato dall’Aira (Associazione italiana responsabili antiriciclaggio) e dall’Anopo (Associazione nazionale operatori professionali oro) stima (cifra confermata dal ministero) in circa 28.000 i punti di “compro-oro”, con un giro d’affari compreso tra i 7 e i 12 miliardi di euro e una crescita tendenziale attorno al 22,5 per cento su base nazionale. Peccato però che come spesso accade in questi casi, il dato sia sottostimato data “l’assenza di una regolamentazione organica e la peculiarità dell’attività (è il cliente, privato cittadino, che vende oro senza essere tenuto all’emissione di alcuna ricevuta fiscale)” che “consentono che un cospicuo numero di transazioni commerciali del settore siano realizzate in contanti, senza l’emissione di alcuna ricevuta fiscale o altra forma di tracciatura”.

IL REGNO DELL’ILLEGALITÀ – Ma non basta. Lo stesso censimento pone l’accento su un altro dato, ancora più preoccupante. Sulle oltre ventimila attività censite, infatti, soltanto 346 risultano registrate all’Albo professionale oro della Banca d’Italia, con una discrasia evidente tra il numero dei compro oro presenti nelle banche dati digitali e il dato quotidianamente riscontrato sul territorio. Un dato clamoroso: parliamo d’altronde dell’1,2% di attività registrate. Che, dunque, ci sia un larghissimo spazio per il riciclaggio criminale è cosa evidente. E non a caso ammessa dallo stesso ministero, secondo cui “il 60% delle attività di compro-oro è soggetto all’infiltrazione di organizzazioni criminali” che le utilizzano come “copertura per riciclare proventi illeciti e, più in generale, si associano a fenomeni criminali che spaziano dal falso, alla truffa, alla contraffazione, all’usura, alla ricettazione e alla violazione delle leggi di pubblica sicurezza”.

TRE PROPOSTE NEL CASSETTO – E, in tutto questo, ciò che emerge è l’assoluta inutilità e negligenza del Parlamento italiano. Ad oggi, infatti, i compro oro non sono minimamente regolamentati (sono tenuti “al solo obbligo di segnalazione di operazioni sospette”, precisa la relazione). Ecco perché alcuni parlamentari sono intervenuti presentando disegni di legge. La Notizia ha visionato l’iter di tutte le proposte: pur essendo disegni validi (si va dalla tracciabilità delle compravendite di oro e di oggetti preziosi usati, all’estensione delle disposizioni antiriciclaggio fino all’istituzione del “borsino” dell’oro usato), non hanno catturato minimamente l’interesse delle istituzioni. Le tre proposte – due presentate da Donella Mattesini (Pd) e una da Luigi D’Ambrosio Lettieri – sono ferme in commissione dal 17 giugno 2014. Un ritardo di oltre un anno. Camorra, mafia e ‘ndrangheta ringraziano.

@CarmineGazzanni

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