Comuni stritolati dalle mafie: i clan preparano persino le liste. Record di commissariamenti, la Dia lancia l’allarme: “Business sterminato, dai rifiuti alla gestione spiagge”

di Clemente Pistilli
Cronaca

Troppo ricchi gli affari che si possono fare con le pubbliche amministrazioni per rinunciare anche solo a una fetta di quella torta. Le mafie stanno stringendo con sempre più forza i tentacoli attorno ai Comuni  italiani e non si stanno più limitando a corrompere un politico o un funzionario: sempre più spesso decidono le stesse liste elettorali e dirottano i voti su chi poi può meglio garantirle. Lo evidenzia la Direzione investigativa antimafia. E temendo che la crisi economica generata dall’emergenza coronavirus peggiori ulteriormente le cose se non verranno posti celermente robusti argini ai clan, la Dia ha dedicato al fenomeno un’apposita sezione dell’ultima relazione sull’attività svolta, presentata al Parlamento dal ministro dell’interno Luciana Lamorgese.

IL FENOMENO. Condizionando gli enti locali, le mafie riescono ad abbassare i margini di rischio e di “esposizione” connessi alla gestione di attività illecite, come le estorsioni e l’usura, e “a stabilizzarsi in un territorio”, dove acquisiscono “consenso sociale” e offrono “un welfare alternativo a quello statale”. Nel 2019 sono stati ben 20 i consigli comunali e due le aziende sanitarie provinciali sciolti per mafia, a cui si sono aggiunte 29 Amministrazioni ancora in fase di commissariamento. Un totale di 51 Enti in gestione commissariale per infiltrazioni mafiose, di cui 25 in Calabria, 12 in Sicilia, 8 in Puglia, 5 in Campania e 1 in Basilicata. In assoluto il numero più rilevante dal 1991, l’anno di introduzione della norma sullo scioglimento per mafia degli enti locali. E ai 51 enti la Dia precisa che quest’anno, durante la stesura della relazione semestrale, se ne sono aggiunti altri 6. La Direzione investigativa antimafia evidenzia “una continuità nell’azione di condizionamento delle organizzazioni mafiose, in grado di perpetuarsi per decenni e a prescindere dal posizionamento politico dei candidati”. Con affari che consentono alle organizzazioni mafiose di ottenere appalti, licenze e concessioni pubbliche, nelle aree turistiche di controllare le concessioni demaniali marittime e i “Piani comunali di spiaggia”, e in quelle rurali di condizionare i “Piani di gestione forestale” e i Regolamenti di “fida pascolo”. Ma non solo. Inquinando le pubbliche amministrazioni i clan riescono infatti a mettere le mani sulla manutenzione del verde pubblico e delle strade, sulle opere di urbanizzazione, la manutenzione della rete idrica e fognaria, la gestione del servizio di mensa scolastica, la custodia e il mantenimento dei cani randagi, le autorizzazioni per l’esercizio di noleggio con conducente e l’occupazione del suolo pubblico. Arrivano persino a dettare le modifiche ai Piani regolatori e a far sanare forme di abusivismo edilizio e commerciale. Le mafie riescono inoltre a pilotare l’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica facendoli destinare a soggetti malavitosi, a non far riscuotere i tributi locali, e ad allargare il loro consenso sociale spingendo i rappresentanti delle istituzioni a partecipare a funerali di mafiosi, ad appoggiarli sui social social, e a dar loro spazi persino nelle feste patronali, con il caso eclatante di Valenzano, in provincia di Bari, dove l’Amministrazione ha accettato che su una mongolfiera fossero riportati il nome del patrono e quello della locale famiglia mafiosa. Settori particolarmente infiltrati dalle mafie sono infine quelli della raccolta rifiuti, delle onoranze funebri e dei servizi cimiteriali. La Dia ha una convinzione: tale scenario verrà amplificato dal Covid.