Con l’Italia divisa in zone è tornata la piaga degli affetti divisi dai Dpcm. Compagni, mogli e mariti chiedono a Conte deroghe per poter tornare ad abbracciarsi

di Fausto Tranquilli
Politica

Chiara, Alessandro, Francesca, Lara, Pina. Tanti nomi e tante storie diverse, di mogli, fidanzate, padri, compagni, accomunate però in questo momento dalla stessa angoscia, quello di non poter abbracciare i propri cari perché residenti in regioni diverse. Con l’Italia divisa in zone è tornata la piaga degli affetti divisi dai Dpcm e a fare ancora più male c’è ora il particolare che è possibile il ricongiungimento per le coppie in cui uno dei due è all’estero e non lo è invece per chi si trova, per ragioni di lavoro o altro, in parti diverse d’Italia.

Si sono riuniti in gruppo, chiamandolo congiunti fuori regione, e hanno scritto al premier Giuseppe Conte, ai ministri e a vari rappresentanti politici, chiedendo loro una soluzione per evitare così tante sofferenze. Sostengono di essere discriminati non avendo la possibilità di fare visita in sicurezza ai propri congiunti – parenti e affini, coniuge, conviventi, fidanzati stabili, affetti stabili – catapultati dunque in una situazione di “profondo disagio”, più forte tra l’altro per chi ha una relazione non formalizzata dal matrimonio o per legami di parentela.

“Oggi – sottolineano – non è più tollerabile vedersi negare il diritto di incontrare i propri cari, anche se “non conviventi”, nonostante si sia resa necessaria l’adozione di ulteriori misure restrittive su tutto il territorio nazionale”. Viene così evidenziato il paradosso che in seguito alla suddivisione del Paese in zone di rischio, è vietato uscire dal proprio Comune di residenza ed eventualmente incontrare i congiunti al di fuori di esso, se non per comprovate “situazioni di necessità ed urgenza”, ma vengono permessi i ricongiungimenti per chi si trova all’estero. Nel Dpcm del 3 novembre sono infatti vietati gli spostamenti da e per determinati Stati e territori, l’ingresso e il transito nel territorio nazionale alle persone che hanno transitato o soggiornato in tali Stati e territori nei quattordici giorni antecedenti, e spostamenti verso altri Stati e territori, salvo però “che ricorrano” alcuni motivi, come l’ingresso nel territorio nazionale per raggiungere il domicilio, l’abitazione o la residenza di una persona, anche non convivente, con la quale vi è “una comprovata e stabile relazione affettiva”.

“Non c’è egoismo da parte nostra – dichiarano dal gruppo congiunti fuori regione – anzi siamo perfettamente consapevoli della situazione di emergenza sanitaria, sociale, economica, politica. Compatiamo tutte le persone malate, preghiamo per tutti coloro che hanno perso la vita e nutriamo il massimo rispetto verso medici, infermieri, operatori sanitari che stanno combattendo ogni giorno negli ospedali un nemico invisibile”. Ma chiedono però un minimo di attenzione e che il loro appello non cada nel vuoto. Chiedono quindi di essere presi in considerazione come categoria di congiunti con diritti uguali a quelli degli altri oltre-confine, di poter eleggere, sulla scorta del modello adottato in Belgio, uno “knuffelcontact” personale per superare “questo orribile periodo emotivamente stressante”, di aggiornare l’autocertificazione attuale, includendo la possibilità di ricongiungersi ai loro partner, per evitare di incorrere in sanzioni, di essere inclusi come categoria nei nuovi Dpcm che potrebbero seguire quello attuale, impegnandosi a fornire tutte le informazioni utili per essere identificati e sugli spostamenti.