Concorrenza in alto mare. Il disegno di legge è arenato al Senato. Se ne riparlerà solo dopo il referendum

di Giorgio Velardi
Politica

Non bastavano quelli sul conflitto d’interessi, la tortura, l’eutanasia. Fra i provvedimenti rimasti bloccati sine die in vista del referendum del 4 dicembre ce n’è uno, altrettanto importante, che non riesce proprio a vedere la luce. Nonostante l’urgenza di approvarlo segnalata da più parti. È il disegno di legge sulla Concorrenza che, nelle intenzioni del Governo, avrebbe dovuto apportare numerosi cambiamenti in alcuni dei settori chiave dell’economia di casa nostra, come per esempio quello delle assicurazioni. Avrebbe dovuto, appunto. Nell’annunciarlo, a febbraio 2015 (oltre un anno e mezzo fa), il presidente del Consiglio Matteo Renzi disse: “Più che liberalizzazioni io direi ‘Italia semplice’, tutela dei consumatori. È il tentativo di attaccare alcune rendite di posizione. Una sforbiciata, perché riduciamo il gap tra chi gode di rendite e chi no e tentiamo di eliminare qualcosa di troppo”.

ASPETTA E SPERA – Poi però le cose sono andate diversamente, complice anche la “manina” delle lobby che nell’iter di approvazione del provvedimento ha fatto capolino parecchie volte. Il disegno di legge, approvato dalla Camera a ottobre 2015 e licenziato dalla commissione Industria del Senato prima dell’estate, attende ancora di sapere che fine farà. Pochi giorni fa il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha aperto all’ipotesi di un approdo in Aula prima dell’appuntamento elettorale. Ma è una versione a cui credono veramente in pochi. Il motivo? Meglio non scontentare nessuno a vantaggio di qualcun altro, soprattutto in un momento in cui il No al ddl Boschi è in vantaggio sul Sì. Non è un caso quindi se ad aprile, con una lettera inviata al quotidiano Il Foglio, il presidente della 10ª commissione di Palazzo Madama, Massimo Mucchetti (Pd), faceva notare come “questo ddl sulla Concorrenza ha il difetto di fare non di rado gli interessi degli ex monopoli”. Per non parlare dei “silenzi o emendamenti, anche del governo, che sono o rischiano di diventare ad aziendam”. Insomma, l’ennesimo pasticciaccio brutto combinato da Governo e Camere.

IL CASO – Un ritardo che ha provocato dei problemi. Come nel caso di Almaviva, la società che opera nel settore dei call center e che la settimana scorsa ha annunciato la chiusura delle sedi di Roma e Napoli (licenziando 2.500 lavoratori) per delocalizzare all’estero. Proprio nel ddl Concorrenza, come ha ricordato l’agenzia Public Policy, è infatti inserita una norma che prevede un allargamento dei controlli per le esternalizzazioni in Paesi extra Ue e la perdita degli incentivi previsti per chi assume nei call center in Italia. Una norma la cui importanza per la salvaguardia dei posti di “3mila lavoratori” (quelli di Almaviva) era stata salutata positivamente dal viceministro dello Sviluppo, Teresa Bellanova. E invece si è trasformata nell’ennesimo annuncio. Prima, del resto, c’è il referendum.

Twitter: @GiorgioVelardi