Conflitto di interessi finito nel dimenticatoio. Doveva essere pronto in 100 giorni, ma il ddl è ancora fermo al Senato. Le lobby ringraziano

di Giorgio Velardi
Politica

C’è il nodo Italicum da sciogliere, certo. Con il rischio di una bocciatura da parte della Consulta che però si pronuncerà solo il prossimo 4 ottobre. Senza dimenticare il referendum costituzionale che per Matteo Renzi rischia di trasformarsi in un Vietnam. Ma chiusi nei cassetti dei Palazzi, per tutti i 40 giorni della pausa estiva, sono rimasti una serie di provvedimenti che aspettano di essere discussi e approvati. Come il conflitto di interessi. “Faremo la legge nei primi cento giorni”, disse lo stesso Renzi dal palco della Leopolda il 16 novembre 2012, pochi mesi prima delle elezioni che videro la “non vittoria” del Partito democratico guidato da Pier Luigi Bersani. Senza dimenticare le parole della ministra per le Riforme Costituzionali, Maria Elena Boschi. Che il 7 maggio 2015, con l’ex sindaco di Firenze che nel frattempo aveva lasciato Palazzo Vecchio per diventare presidente del Consiglio al posto di Enrico Letta, la annunciò in pompa magna dalle pagine del Corriere della Sera: “Sarà la prossima riforma del governo”. Peccato però che anche in questa legislatura l’iter per l’approvazione dell’agognato provvedimento, un must dalla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi in poi, stia andando avanti a passi da lumaca. Il testo è infatti bloccato in commissione Affari costituzionali al Senato. Con lobby e faccendieri che sentitamente ringraziano.

SENZA SVOLTA – Eppure il 25 febbraio scorso, con i voti contrari delle opposizioni (M5S e Forza Italia in testa), l’Aula della Camera ha approvato in prima lettura un disegno di legge sul tema, relatore Francesco Sanna del Pd, volto a superare la vituperata legge Frattini. Varata nel 2004 dal governo Berlusconi e bocciata dal Consiglio d’Europa visto che, fra le altre cose, non prevedeva l’ineleggibilità di un soggetto in potenziale conflitto di interessi. Come Renzi e la Boschi anche Sanna, una volta terminato il primo tempo della partita, usò frasi tonitruanti. “Questo ddl”, spiegò, “è un salto epocale, finalmente si ricuce uno strappo che la democrazia italiana aveva lasciato aperto nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica”. Nientemeno. E ancora: “Ora la palla passa al Senato. L’approvazione rapida della legge sarà un fatto politico di svolta nella qualità delle nostre istituzioni, perché permette al Paese di dare regole moderne al compromesso tra capitalismo e democrazia”. Tutto molto bello. Almeno nelle intenzioni.

TEMPI LUNGHI – Il problema, come detto, è che al momento il disegno di legge è arenato nelle secche della prima commissione di Palazzo Madama. Dove, spiegano a La Notizia fonti della stessa commissione, non sono ancora stati fissati i termini per la presentazione degli emendamenti. Insomma “siamo ancora a carissimo amico”, dice un senatore dem. “È una riforma ambiziosa che però è scritta male – aggiunge –. È ovvio che il ddl che è arrivato dalla Camera andrà modificato: così com’è adesso non convince, tanto vale tenersi il provvedimento in vigore”. Critiche arrivano anche da Forza Italia. “Al Senato, com’è già successo alla Camera, voteremo contro un provvedimento che non ci piace affatto”, commenta Lucio Malan: “Già in partenza il testo presentava degli aspetti problematici, poi il Pd ha dato vita ad una corsa al rialzo con il M5S dalla quale noi ci siamo chiamati fuori”. E i grillini? Considerano il ddl “fasullo e insufficiente”. Il rischio è che anche stavolta la questione finisca in una bolla di sapone.

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