Conservatori e Riformisti col buco. A Palazzo Madama i conti non tornano. Il rendiconto trimestrale dell’ex gruppo di Fitto è irregolare. Mancano all’appello 150mila euro

di Raffaella Malito
Politica

Che siano 49 milioni o molti di meno i politici nostrani non perdono il vizietto e continuano a macchiarsi dello stesso peccato: la mancanza di trasparenza sui soldi pubblici. “E’ il primo caso del genere” e se la situazione non dovesse essere sanata il Senato dovrà prendere provvedimenti ad hoc. Palazzo Madama ci conferma che non si era mai trovato nella condizione di non pubblicare il rendiconto delle spese sostenute da un gruppo parlamentare (che si è sciolto) perché non a norma. Ma è quanto successo con i Conservatori e Riformisti italiani (Cor), partito politico di centrodestra nato nel 2015 per iniziativa dell’ex governatore della Puglia Raffaelle Fitto e altri esponenti fuoriusciti da Forza Italia.

TRIMESTRE FANTASMA. Alla Camera i fittiani nella scorsa legislatura sono sotto la soglia minima (20 deputati) per formare un gruppo e quindi fanno parte di quello Misto. Al Senato, invece, riescono a formare una propria compagine autonoma perché contano sul numero minimo di dieci senatori previsto. Requisito che viene meno due anni dopo tanto che il 1° aprile del 2017 il presidente del Senato Pietro Grasso dichiara sciolto il gruppo. Fitto il 28 gennaio del 2017 fonderà il nuovo soggetto politico Direzione Italia. Il Regolamento del Senato prevede che il rendiconto, approvato dall’assemblea del Gruppo, venga trasmesso entro il 30 aprile dell’anno successivo. Il controllo di conformità del rendiconto è a cura dei questori del Senato e “i rendiconti sono pubblicati sia nel rispettivo sito internet di ciascun Gruppo sia in allegato al conto consuntivo delle entrate e delle spese del Senato”.

Il rendiconto di Cor relativo ai primi tre mesi del 2017, però, non è mai stato pubblicato da nessuna parte. Sempre il regolamento di Palazzo Madama prevede che “allo scopo di garantire la trasparenza e la correttezza nella gestione contabile e finanziaria” i Gruppi si avvalgano di una società di revisione legale che verifica “la regolare tenuta della contabilità”. Ma Cor non ha mai allegato al rendiconto di quei tre mesi tale revisione. Sentito da La Notizia l’ex tesoriere del gruppo, Lucio Rosario Tarquinio, parla di “equivoco con l’ufficio di presidenza del Senato in corso di chiarimento” e ci spiega che “l’ultimo rendiconto, quello che non è sottoposto a niente, che è senza spese, sarà consegnato a fine maggio perché materialmente non riesco ad andare a Roma prima perché impegnato con le comunali a Foggia”.

Eppure l’ex senatore ha avuto tanto tempo a disposizione. E cosa vuol dire “non sottoposto a niente, perché senza spese?”. Il Regolamento parla chiaro e ce lo spiega il Servizio per le competenze dei parlamentari del Senato: “La revisione ci dev’essere sempre anche se non c’è movimentazione di spesa”. E poi com’è possibile che non ci siano state spese? Come sono stati pagati i dipendenti del gruppo per esempio? Perché qui si apre un’altra questione.

CARI DIPENDENTI. Le posizioni dei collaboratori di Cor relative al 2017 sono state sanate in alcuni casi dai senatori che si sono autotassati, per stessa ammissione di Tarquinio. Il contributo che ciascun gruppo parlamentare riceve per ogni senatore ammonta a circa 59 mila euro, considerando che i senatori Cor nel 2017 sono stati operativi tre mesi e che erano in dieci, hanno ricevuto all’incirca 147 mila euro in quel trimestre. Dove sono finiti quei soldi? Come mai i senatori hanno dovuto pagare di tasca propria i dipendenti? Non tutte le posizioni sono state chiuse peraltro. Una rimane aperta. Si tratta di un dipendente che non ha voluto accettare la transazione che gli veniva offerta, al ribasso rispetto a quello che gli spettava.

Nella certificazione unica 2018 per i redditi percepiti nel 2017 dall’ex dipendente, poi, si attesta il pagamento del Tfr maturato per una somma di 3.113,13 euro ma in realtà quella somma non è mai stata corrisposta. Tarquinio spiega: “Io non seguo la vicenda relativa ai dipendenti, è in mano agli avvocati. Eventualmente rispondo se i soldi non ci sono e qualcuno di noi li caccerà. Nella fattispecie io e qualcun altro”.Presidente Cor, fino al 27 febbraio del 2017, era Anna Cinzia Bonfrisco, ora candidata alle Europee con la Lega, che garantisce: “Fino a quando c’ero io tutto era regolare. La mia responsabilità termina il giorno in cui ho lasciato. La chiusura, la parte finale di ciò che restava, è in capo a chi aveva la responsabilità, escluso me quindi”.

“A quei tempi non ero neanche parlamentare, non so cosa dirle”, è quanto ci risponde il fondatore di Cor, Fitto, allora eurodeputato e oggi candidato alle Europee con FdI di Giorgia Meloni. I senatori questori interrogati Laura Bottici (M5S) e Antonio De Poli (FI) confermano che non hanno potuto dare il via libera alla pubblicazione del rendiconto perché mancava la revisione e che solo qualche mese fa dal collegio è partita una lettera di sollecito al gruppo. Se dovesse protrarsi questa situazione l’unica cosa che possono fare i questori è “informare il consiglio di presidenza”. Che si muoverà di conseguenza.

BUONA COMPAGNIA. Ma non è tutto. Quello degli ex fittiani, che potrebbero presto trovarsi in buona compagnia, rischia di non essere l’unico caso del genere a Palazzo Madama. Dal Senato spiegano, infatti, che in una situazione analoga a quella degli ex Conservatori e riformisti potrebbero ritrovarsi anche altri gruppi che si sono sciolti alla fine della scorsa legislatura, nel marzo del 2018. Indagheremo.

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Non entro nel merito delle vicende da lei narrate che sarà compito delle magistrature appurare (eventualmente anche da parte del Magistrato Contabile) nella certezza che il senso del dovere di chi amministra la giustizia prevalga su quella minima parte di chi crede che la giustizia possa essere piegata a logiche che mai avremmo voluto leggere recentemente sulle pagine dei quotidiani e che non fanno onore al nostro Paese, anche perché i contributi dati dal Parlamento ai Gruppi Parlamentari sono denaro pubblico, e dunque è compito dei Magistrati capire dove quei soldi siano finiti. Certo si tratta di cifre minime rispetto al altri fatti di cronaca recente o passata ben più noti. Ma non per questo tali fatti devono essere ignorati se vogliamo riportare il Paese in carreggiata. Desidero quindi se mi consente fare alcune considerazioni perché mi lascia l’amaro in bocca leggere notizie del genere. Ciò tanto più che se da un lato i cittadini hanno deciso di sopprimere il finanziamento pubblico ai partiti politici, dall’altro potrebbe apparire condivisibile che i gruppi parlamentari siano posti in grado di funzionare con un contributo delle Istituzioni Parlamentari, ma nell’esclusivo interesse del Paese, non altro (in attesa di una riforma seria sul modello di quanto già fatto al Parlamento Europeo dal 2009 con la gestione diretta del personale dei Gruppi e dei collaboratori degli eletti, al fine di prevenire situazioni di rischio). Quindi chi ha la responsabilità delle Istituzioni Parlamentari , ed in questo mi riferisco espressamente al Presidente in carica del Senato, dovrebbe sentire il dovere di fare chiarezza sui fatti che, va detto per onore di cronaca, emersero già in due articoli del Fatto Quotidiano e su Il Tempo nel luglio del 2017 e quindi avrebbe dovuto già intervenire l’allora Presidente Grasso. Fatto sta che da allora, anche da quanto si legge nel suo pezzo, nulla sembra essere stato fatto per chiarire. Quindi a mio modesto avviso ciò che dovrebbe spingere l’attuale Presidente del Senato a fare subito chiarezza non è tanto individuare il responsabile della gestione dei fondi interna al Gruppo cui si riferisce l’articolo che non può che essere il tesoriere e il Presidente, ma salvaguardare l’onore dell’Istituzione Parlamentare che presiede e con essa tanto la “sacralità” delle istituzioni democratiche, che non possono essere adombrate da fatti che se confermati delegittimeranno e feriranno mortalmente al cuore le Istituzioni della Repubblica, quanto la “sacralità del lavoro” che viene svolto nella sede parlamentare che deve essere costituzionalmente tutelato da ogni abuso e, fino a prova contraria e fatti salvi eventuali profili penali, il lavoratore che non ricevere gli emolumenti maturati o al quale non viene corrisposto il TFR, subisce un abuso intollerabile e indegno per un Paese civile, tanto più se questo avviene nelle sedi Parlamentari. Per il datore di lavoro, anche se membro di una Assemblea elettiva quale è il Senato della Repubblica che non paga i dipendenti o non rendiconta l’uso fondi pubblici, occorrerebbe, oltre alla giusta condanna per il reato ove accertato, anche il DASPO a vita da ogni carica elettiva e da ogni istituzione pubblica.
Un caro Saluto
Lettera firmata.