Consigliere comunale di Milano assunto dalla moglie: così prende il doppio rimborso

Consigliere comunale di Milano assunto dalla moglie
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Il caso di Bruno Ceccarelli del Partito democratico: per le sua assenze dal lavoro la moglie ha ricevuto 13mila euro.

Consigliere comunale di Milano assunto dalla moglie

Quando c’era da candidarsi alle elezioni, la polemica sullo stipendio di sindaco, assessore e consigliere comunale era all’ordine del giorno. “Troppe responsabilità per un così basso compenso”, dicevano da Destra e da Sinistra. Se il sindaco di una città come Milano guadagna circa 120mila euro lordi all’anno e per qualcuno erano troppo pochi per gestire una macchina così complicata, un consigliere comunale si ferma in media a 1.700 euro al mese.

Il compenso – aumentato di recente – è stabilito anche in base al numero dei consigli comunali a cui partecipa e alle commissioni di cui fa parte. Se non è si presenti, l’emolumento cala. Per questo la legge prevede che se un consigliere comunale è anche lavoratore dipendente ha “diritto di assentarsi dal servizio” per svolgere le proprie funzioni politiche. E, allo stesso modo, l’Ente è tenuto a rimborsare al datore di lavoro, previa richiesta, “quanto dallo stesso corrisposto, per retribuzioni ed assicurazioni, per le ore o giornate di effettiva assenza del lavoratore”. In sostanza il Comune rimborsa le aziende di cui sono dipendenti i consiglieri comunali per il tempo che questi sottraggono al lavoro. Ed è qui che alcuni consiglieri milanesi hanno trovato il modo per arrotondare quello che probabilmente ritenevano un compenso troppo basso. Come? Dimostrando di essere dipendenti di aziende di mogli, mariti, genitori o figli.

La furbata

Emblematico è il caso di Bruno Ceccarelli, consigliere eletto nella fila del Partito democratico e già al secondo mandato, che a gennaio del 2022 ha chiesto il rimborso per un totale di 13.182,51 euro per il periodo da settembre a dicembre 2020 (quasi 3.300 euro al mese, contro i massimo 1.700 di Consigliere comunale) “concernente i permessi usufruiti” nella società di cui è dipendente, la “Innovazioni dinamiche srl”, che risulta per oltre il 65% di proprietà della moglie, Katia Rossetto. Ma né lui, né la moglie ne sono gli amministratori. Una società – si legge dalla visura camerale – che ha come oggetto sociale “la programmazione, l’analisi lo sviluppo di software per l’informatica e la telematica”.

Lo stesso ambito di lavoro di altre due società di cui Ceccarelli, che è anche il Responsabile dell’Organizzazione nella segreteria regionale del Pd – da quanto riportato nella sua scheda personale nella sezione amministrazione trasparente del Comune di Milano – risulta amministratore unico rispettivamente dal 2016 e dal novembre 2019. Una, la SNF Italia Srl sul sito si definisce “il partner ideale per la gestione dei sistemi informatici” e l’altra, la Informatica Italiana Srl, “una startup innovativa che nasce con l’obiettivo di valorizzare specifiche competenze ingegneristiche mediante attività di ricerca e sviluppo inerenti l’ingegneria di processo e la progettazione e realizzazione di componenti software”. Queste due attività sembrano talmente simili a quella di cui il consigliere Ceccarelli è dipendente che ne condividono perfino gli uffici: due di queste hanno, infatti, la sede legale allo stesso identico indirizzo a Milano, in viale Abruzzi 81, l’altra lì ha soltanto la sede secondaria. E la sede principale di quest’ultima risulta proprio dove una delle altre due ha la sua sede secondaria, in via Benedetto Croce a Pescara. Nulla di strano, visto che – ormai si è capito – è tutto “in famiglia”.

Paga Pantalone

Stranisce, però, che per queste società di cui il consigliere comunale e informatico è amministratore unico – a quanto risulta sempre dalla sua scheda personale nella sezione amministrazione trasparente – risulti per una “nessun compenso” e per l’altra appena 3.000 euro lordi all’anno. Entrambe cifre nettamente più basse di quanto deve guadagnare dalla società, di proprietà della moglie, di cui è dipendente, se per le sole assenze per impegni consiliari il rimborso richiesto è di oltre 3.000 euro al mese.

L’articolo 80 del testo unico degli enti locali stabilisce il rimborso per le aziende di cui gli eletti sono “lavoratori dipendenti” e non amministratori o soci, così come ne sono esclusi i liberi professionisti. Il principio alla base della legge è, infatti, che sarebbe impossibile verificare il tempo sottratto all’attività lavorativa da lavoratori autonomi o titolari d’azienda, mentre nel caso del dipendente c’è un’azienda, quindi un ente terzo, a certificarlo. Certamente diventa più difficile se l’azienda è di proprietà della moglie o del marito del lavoratore impegnato in politica, e a maggior ragione se allo stesso indirizzo hanno sede altre società di cui il consigliere è amministratore. E per cui si presuppone svolga una qualche attività lavorativa, benché non retribuita o retribuita pochissimo. Ma d’altronde sarebbe inutile retribuirla maggiormente, tanto il rimborso comunale non ci sarebbe comunque. Meglio allora caricare l’intero costo sull’unica società per cui si può chiedere il rimborso.

Di certo Ceccarelli è un dipendente privilegiato della società della moglie se addirittura – come risulta dal verbale – ha partecipato all’assemblea ordinaria dei soci con ordine del giorno l’approvazione del “bilancio dell’esercizio social e del 2019”. Insomma, un dipendente che, contrariamente agli altri 7, approva il bilancio del suo datore di lavoro. Tutto lecito e in punta di diritto, seppur poco opportuno. Ma fonti di Palazzo Marino e dei vari Municipi milanesi assicurano che quello di Ceccarelli è soltanto uno dei tanti casi di rimborsi per lavoro dipendente un po’ sui generis, con consiglieri assunti da società di loro parenti, familiari o congiunti. Un buon modo per arrotondare lo stipendio.