Conte fino al 2023 e poi leader del Centrosinistra. Il premier si sfila dalla partita M5S. Meglio restare figura di coesione

di Carmine Gazzanni
Politica

Su una cosa, al di là delle vedute e delle simpatie politiche, è difficile non essere concordi: uno dei vincitori di questa tornata elettorale è Giuseppe Conte. Suona forse anche un po’ strano ed è certo che dinanzi a frase di questo tipo il primo a non riconoscersi è proprio lui, il presidente del Consiglio. E questo perché se è comprensibile il motivo per cui si considerino “vincitori” Luca Zaia e Vincenzo De Luca, Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, è alquanto particolare considerare in maniera univoca come vincitore un uomo politico che, al momento, non è a capo di alcun partito o forza politica.

La ragione, forse, sta proprio in questo suo essere figura terza, di mediazione e al tempo stesso di coesione. “Quando Conte ha visto i risultati ha fatto i salti di gioia, non c’è dubbio”, assicura qualcuno. Non sappiamo se proprio fisicamente questo sia avvenuto, ma c’è da giurarci che almeno metaforicamente la dichiarazione regge. Non fosse altro che il premier si è assicurato col risultato sia delle regionali (le destre non hanno sfondato) sia del referendum (un enorme legittimazione all’operato del governo) il lasciapassare per una legislatura a scadenza naturale. Cioè: 2023.

Difficile infatti immaginare che questo governo possa finire prima. Certo: i colpi di testa sono sempre dietro l’angolo. Ma questa tornata ha avuto un effetto duplice di cementazione: ha saldato le singole forze della maggioranza al loro interno (Pd e Cinque stelle) e anche tra di loro. Ed è proprio qui che entra in campo in maniera determinante la terzietà di Giuseppe Conte: come assicurano più fonti pentastellate il premier non ha alcun interesse al momento a competere per la leadership del Movimento. Molto meglio spalleggiare Di Maio evitando che possa prevalere la linea di Di Battista e Casaleggio che invece vorrebbero chiudere a ogni forma di alleanza. E, soprattutto, restare formalmente terzi ed esterni assicurerebbe a Conte in una prossima eventuale legislatura di essere la figura di spicco e quasi “naturale” per far convergere ancora una volta Pd e Movimento cinque stelle.

A questo quadro si aggiunge un altro fattore di vittoria, per così dire, “indiretta”. Se Conte ha rinsaldato la sua leadership grazie di fatto alla coesione che si è creata intorno a Nicola Zingaretti nel Partito democratico e a Luigi Di Maio nel Movimento cinque stelle (due leader che sarebbero lieti di collaborare a un’alleanza duratura garantita proprio dall’avvocato d’Italia), al tempo stesso anche i nemici politici si allontanano. Chi avrebbe potuto dare del filo da torcere a Conte è indubbiamente Matteo Salvini.

Ma al momento il Capitano deve combattere con due amici-nemici: da una parte Giorgia Meloni che con Fratelli d’Italia continua a macinare gradimento tanto che non sarebbe così peregrina l’idea che in alcune regioni possa addirittura superare stabilmente la Lega; dall’altra Luca Zaia che col suo bottino di 75% preferenze in Veneto (e oltre il 44 prese dalla lista “Zaia presidente” rispetto al 16,9 della Lega) potrebbe mettere in dubbio la stessa leadership interna al Carroccio. Per ora Zaia nega tutto, si dice concentrato solo sul Veneto. Ma un domani chissà. La politica dopotutto è liquida. Anche il Movimento aveva detto che mai sarebbe andato col Pd. Oggi invece rappresenta il suo futuro.