Conte e Letta fanno sul serio. Riparte il cantiere giallorosso. Primo faccia a faccia tra ex presidenti del Consiglio. Alle prese con la rifondazione di M5S e Pd

LETTA CONTE
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È durato un’ora, nella sede dell’Arel, l’incontro tra Enrico Letta e Giuseppe Conte. E l’aria che si respira da entrambi i fronti è improntata a un significativo entusiasmo. Alle prese ambedue con la rifondazione dei loro partiti implosi con il passaggio al governo Draghi, Conte e Letta provano a gettare le basi per un dialogo tra forze politiche che possano fare fronte comune in un’area progressista, secondo uno schema caro all’ex segretario Nicola Zingaretti.

“Un primo faccia a faccia, molto positivo, tra due ex che si sono entrambi buttati, quasi in contemporanea, in una nuova affascinante avventura”, dichiara Letta. È andato “davvero molto bene” l’incontro, affermano fonti del Nazareno. Tra il segretario Pd e l’ex premier si apre un “cantiere di relazioni”, di incontri, che vuol essere “sistematico e costruttivo”. Tra i due, sottolineano fonti del Nazareno, c’è un rapporto che si è costruito nell’ultimo anno ed è solido, consolidato, di grande rispetto.

Sul tavolo i temi centrali per il Paese: come sostenere il governo, a partire dalla sfida della campagna vaccinale. Ma anche Europa, alla vigilia della due giorni del Consiglio Ue. E ovviamente amministrative (sia pure non entrando nel dettaglio delle singole sfide) che il segretario Pd interpreta come test anche nell’orizzonte più lungo della costruzione dell’alleanza per le politiche. E ancora: riforme istituzionali. Per il momento la legge elettorale sarebbe rimasta sullo sfondo. “Con Conte abbiamo cominciato a parlare di futuro”, ha dichiarato Letta.

“Un confronto molto proficuo, molto utile. Si apre un cantiere, dobbiamo lavorare per creare la giusta sinergia e nel nuovo M5S il Pd sarà sicuramente un interlocutore privilegiato”, dice Conte confermando l’entusiasmo trapelato dal Nazareno. “Abbiamo parlato delle urgenze attuali. E’ importante completare il Recovery plan”, spiega Conte. Che sulle alleanze dice: “Chi va da solo è meno efficace e, a partire dalle prossime amministrative, c’è la volontà di confrontarci per trovare soluzioni più efficaci”.

Ma sulla strada dell’intesa c’è il nodo Roma con il bis di Virginia Raggi. Se il neo-segretario del Pd ha per il momento arginato la candidatura di Roberto Gualtieri, Nicola Zingaretti ha infiammato il dibattito definendo la sindaca uscente una “minaccia” per i romani. Parole che hanno provocato la reazione sdegnata di molti nel Movimento. Un’eventuale mozione di sfiducia del Pd nei confronti della sindaca oggi la costringerebbe al passo indietro ma nello stesso tempo potrebbe inficiare l’alleanza che Conte e Letta stanno cercando di tessere.

Conte peraltro è ancora in attesa dell’investitura ufficiale nei 5S. Cosa che potrà avvenire solo con un cambio di Statuto e di un voto sulla sua candidatura: percorsi che devono passare attraverso Rousseau. Ma Davide Casaleggio, fino a quando il M5S non salderà il conto di 450 mila euro che lui reclama, non intende mettere a disposizione la piattaforma per il voto della base. L’ex premier prova a tendere un ramoscello d’ulivo scongiurando il ricorso alle vie legali: “Non vedo perché oggi si debba decidere di non usare più Rousseau, ci sono ruoli e pretese da chiarire, spero di comporre amichevolmente la questione”. Raggi, Rousseau e le fuoriuscite: Conte dovrà anche convincere i parlamentari a non abbandonare la nave.

A fare le valigie ieri è stato il deputato Giorgio Trizzino. Se non poche sono le rogne per l’avvocato pugliese per rimettere insieme i cocci del Movimento, non minori sono i grattacapi per il leader dem. Che deve trovarsi a fare i conti con le correnti che dilaniano il partito. Ieri Letta ha presenziato alla prima riunione della nuova segreteria in cui ha affrontato le modalità e i temi di lavoro delle prossime settimane. Ma il nervo scoperto, per quello che riguarda i rapporti interni al partito, era la partita dei capigruppo dove dovrebbero insediarsi due donne, così come espressamente chiesto dal segretario.

Dopo lo strappo di martedì in assemblea dei senatori, Andrea Marcucci ha fatto un passo indietro e ha chiesto formalmente al proprio gruppo di votare Simona Malpezzi come capogruppo a Palazzo Madama. Malpezzi, che è anche sottosegretaria, proviene comunque dalla stessa area politica di riferimento di Marcucci, ovvero Base riformista, gli ex renziani. I toni usati verso il segretario dem da parte del capogruppo uscente sono stati duri: “Il metodo non mi piace”.

Per il ruolo di capogruppo della Camera è in pole invece Debora Serracchiani, ma si fa il nome anche di Marianna Madia. Il voto al Senato è atteso per oggi, quello per la nuova capogruppo alla Camera potrebbe arrivare la prossima settimana. E comunque per Letta far dialogare con il Movimento 5 Stelle tutto il partito, inclusi gli ex renziani, non sarà un gioco da ragazzi.

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