Conte nei sondaggi fa volare i Cinque stelle. Ma non è facile convincere Di Battista. Restano i malumori nel Movimento. Senza direttorio si rischia la rottura

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Che Giuseppe Conte fosse un leader che piace all’elettorato non era in dubbio. E due giorni fa, come si sa, sono arrivate anche le conferme dei sondaggi: il Movimento cinque stelle con Conte leader arriverebbe al 22%, a poca distanza dalla Lega. Il problema, semmai, è all’interno del Movimento stesso. La scelta di cedere la leadership senza copo ferire all’ex presidente del Consiglio, infatti, non convince i dissidenti e soprattutto non “piega” Alessandro Di Battista, fermo nella sua decisione di stare alla larga da quei partiti che siedono in quella maggioranza del cosidetto “assembramento pericoloso” che sostiene il governo di Mario Draghi.

“Io ho lasciato il M5S non per l’assenza di Conte. Ma per la presenza al governo di Draghi, Pd, Berlusconi…” chiarisce l’ormai ex frontman pentastellato che professa la sua stima nei confronti dell’ex premier, ma chiude ad ogni possibilità di rivedere il suo addio di fronte alla rifondazione del partito da parte dell’avvocato. Né i propositi di una “amnistia” generale che cancelli le espulsioni comminate e le liti in Tribunale, convince il resto dei dissidenti.

“Non saranno i caminetti e i leader occulti improvvisati nelle call a farmi cospargere il capo di cenere” mette in chiaro pure Barbara Lezzi, anche lei raggiunta da un provvedimento di sospensione che si tradurrà verosimilmente a breve in espulsione. La “mannaia” sui dissidenti, intanto, continua a mietere vittime: gli ultimi in ordine di tempo sono tre deputati che si erano assentati al momento del voto senza però giustificarsi. Sono Cristian Romaniello, Simona Suriano e Yana Ehm: gli unici ad essere allontanati tra gli 8 che erano rimasti tra gli assenti ingiustificati.

Espulsioni immediate, senza ratifica degli iscritti, decise dal capo politico del Movimento per “motivazioni di carattere squisitamente politico” si legge in uno dei provvedimenti disciplinari. Ora starà a loro e le polemiche non si placano come dimostrano anche le parole del deputato Giorgio Trizzino (vicino fino a ieri a Beppe Grillo) che si interroga “deluso” se rimanere in un Movimento che poggia le sue basi “sul vuoto degli arroganti” e su “equilibri da circo equestre”.

IL FUTURO. La situazione, dunque, rischia di essere più complicata del previsto. Ed ecco perché ora, se da una parte Conte potrebbe ricompattare soprattutto il fronte degli attivisti, fondamentale sarà dimostrare che i risultati raggiunti col voto su Rousseau non vengano messi in dubbio. Se il comitato dei cinque dovesse saltare – questo è il ragionamento che fanno in tanti – come si potrebbero giustificare le dimissioni avvenute proprio perché qualche parlamentare non ha rispettato quanto deciso su Rousseau? “O il voto degli attivisti dev’essere sempre rispettato, o altrimenti fare figli e figliastri rischia di creare nuove spaccature interne”.

Un ragionamento che, di fatto, non fa una grinza e che nelle ultime ore sta spingendo non solo Conte ma anche i big del Movimento (a cominciare da Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro) a ragionare su una soluzione che tenga dentro tanto la leadership da affidare a Conte quanto il ruolo verticistico del direttivo. Questo potrebbe significare un’evoluzione del Movimento in partito con, di fatto, un segretario e una segreteria. Per quanto l’idea non convinca molti, tale situazione avrebbe il pregio anche di riuscire a tirar dentro nel vertice rappresentanti dei dissidenti, a cominciare dallo stesso Di Battista. Un’idea di cui oggi l’ex parlamentare non vuole sentir parlare. Ma se il Movimento dovesse dimostrarsi interno alla maggioranza ma critico e legato ai suoi valori, potrebbe tornare d’attualità. E ridare vitalità e futuro ai Cinque stelle.