Contro gli ultrà

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di Gaetano Pedullà

Da Napolitano a Renzi, la politica si è accorta di chi comanda negli stadi. Ma trattare con i facinorosi, come li chiama il Capo dello Stato, è l’unica strada possibile se non si hanno i mezzi per fermarli. Mentre le istituzioni ancora si indignano per pochi poliziotti esasperati che applaudono i colleghi colpevoli della morte di Federico Aldovrandi, lo Stato si scopre disarmato di fronte a Genni ‘a carogna e i suoi troppi fratelli. Arresti, Daspo, tessere del tifoso, sono tutti pannicelli caldi se le regole d’ingaggio per le Forze dell’Ordine consentono agli ultrà di fare qualunque cosa. Personaggi che presi singolarmente non hanno né arte né parte, in gruppo diventano un’arma micidiale. Si spostano da una parte all’altra d’Italia armati, ma fermarli per i controlli è una provocazione. E dunque passino. Si fronteggiano come eserciti medioevali, ma guai a indispettirli. Le tifoserie più nemiche potrebbero di colpo allearsi contro un comune nemico: gli uomini in divisa. Se poi caricano, devastano, saccheggiano, pazienza. Meglio una domenica da incubo che far male a uno di questi signori. Non si dica mai che la nostra polizia è violenta. Così gli stadi si sono svuotati della gente per bene, degli sportivi e di chi ama il calcio, lasciando il campo a questi barbari. La morte di Aldovrandi, e non solo, è colpa loro. In un Paese dove ci sono quartieri di grandi città dove, esattamente come gli stadi, polizia e carabinieri non si arrischiano nemmeno a entrare dopo una certa ora, ridicolizzare lo Stato a una partita serve ad affermare l’impunità della malavita. E a trascinare talvolta anche chi difende la giustizia dalla legge al crimine.