Costruttori ora o mai più. Una crisi pilotata per stanare i responsabili. Mezzo Pd e pezzi della maggioranza continuano a spingere per tornare al tavolo con Renzi

PAOLA BINETTI
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Per superare quello che ormai era diventato nei fatti uno stallo “alla messicana”, dove nessuno spara per primo, le spinte affinché a fare la mossa decisiva fosse l’attore principale erano arrivate incessantemente nelle ultime ore un pò da tutte le parti. La decisione di Giuseppe Conte di salire al Colle prima del voto di giovedì sulla relazione del Ministro Bonafede sull’incandescente tema della giustizia – dove è evidente che i numeri per sostenerla non ci sarebbero stati – ieri non è giunta dunque inaspettata.

Dunque stamattina il premier si presenterà al Quirinale e salvo imprevisti dovrebbe ricevere dal Capo dello Stato Sergio Mattarella un mandato per il reincarico, un Conte ter con nuova squadra di ministri e una maggioranza allargata alla pattuglia di costruttori che si spera arrivino da Forza Italia, Udc e da altri gruppi centristi, come auspicato dal segretario del Pd Nicola Zingaretti (“stiamo lavorando per garantire una base parlamentare ampia, europeista e con un programma autorevole ad un Governo per affrontare Covid, campagna vaccinale e stagione investimenti e Recovery Plan”), ha anticipato ieri.

Ovviamente anche da parte del Movimento 5 Stelle (o meglio dei vertici) non vi è dubbio alcuno che il presidente del Consiglio debba continuare ad essere l’avvocato pugliese: “Il passaggio per il cosiddetto Conte ter è ormai inevitabile ed è l’unico sbocco di questa crisi scellerata”, così i capigruppo di Camera e Senato Davide Crippa ed Ettore Licheri. Si tratta di “un passaggio necessario all’allargamento della maggioranza”, sottolineano, “noi restiamo al fianco di Conte, continueremo a coltivare esclusivamente l’interesse dei cittadini, puntiamo a uscire nel più breve tempo possibile da questa situazione di incertezza che non aiuta”.

In realtà la certezza su quali possano essere le conseguenze ancora non c’è, di certo vi è solo che solo dopo un reincarico formale il reclutamento dei responsabili potrà sortire effetti visibili. In questo senso è stata chiara Paola Binetti dell’Udc (“le dimissioni del premier sono necessarie, almeno così capiamo cos’è il Conte ter”) e lo è stato pure il Richelieu della Capitale, l’uomo che sussurra a Zingaretti, alias Goffredo Bettini (“c’è bisogno di costituire un nuovo Governo, una nuova fase), solo per citarne alcuni.

E poi c’è lui: Matteo Renzi, colui che la crisi l’ha innescata e colui con il quale Conte non avrebbe nessuna intenzione di trattare; per questo motivo un altro grande tessitore, un vero democristiano doc, Dario Franceschini, si sta spendendo da giorni per arrivare ad un governo “a maggioranza Ursula” con Pd, M5S, Leu, ma di “largo respiro”, cioè allargato anche a forze liberali e centriste, pezzi di Forza Italia, Iv compresa. Ma attenzione: coi voti dei renziani aggiuntivi, non determinanti. Un modo per far digerire al premier eventualmente reincaricato il dialogo col senatore di Rignano sull’Arno (verso il quale è caduto il veto pure di parte dei pentastellati, vedi Emilio Carelli ma non solo).

Del resto i fautori di una ripresa dei rapporti non solo con i parlamentari di Iv ma anche col suo leader fra i dem sono numerosi e “pesanti”: si va dai due capigruppo Marcucci e Delrio, ai governatori Bonaccini e Giani, da alcuni ministri ai sindaci Nardella e Gori. Il pd, insomma, al di là delle spinte alla chiusura totale che vengono dall’area romanocentrica di ispirazione bettinian- zingarettiana, è anche e soprattutto territorio.

Poi, per carità, Conte può trovare abbastanza responsabili e allargare la maggioranza per trovare un governo all’altezza della fase drammatica che stiamo vivendo senza dover rincorrere i renziani e il loro capo, oppure può decidere qualora non fosse praticabile questa opzione – in ogni caso Mattarella una settimana dovrebbe concedergliela, ma non di più – di confermare le dimissioni al capo dello Stato e farsi da parte pur di non trattare con l’ex premier. A quel punto, pandemia o non pandemia, le urne sarebbero dietro l’angolo. A meno che il M5S non sia disposto a sostenere davvero una “maggioranza Ursula” con tutta FI e un premier diverso. Ipotesi peregrina ma non troppo.