Si allarga il fronte anti-Cartabia. Ecco chi è contro la riforma della Giustizia e chi è a favore

giustizia Cartabia
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Forse è inevitabile: su temi delicati com’è quello della giustizia anche all’interno della maggioranza si finisce con l’avere opinioni e posizioni differenti. Specie se – come in questo caso – stabilire il margine di eventuali modifiche potrebbe ricalibrare le posizioni di potere tra i partiti che compongono la maggioranza stessa. Il fatto stesso che Mario Draghi abbia chiaramente aperto alle modifiche della riforma proposta da Marta Cartabia dopo l’incontro con Giuseppe Conte la dice lunga sul peso specifico che il premier attribuisce al Movimento. Già, perché uno dei più critici alla riforma così come concepita è stato proprio il predecessore di Super Mario. Di fatto, dunque, Conte non solo è il leader del Movimento cinque stelle, ma in questo momento si può dire anche che sia il leader di quella posizione trasversale critica con la riforma così com’è stata inizialmente licenziata dal Consiglio dei ministri.

IL “NO”

Le posizioni in campo, di fatto, sono come detto differenti. Nel fronte del no, ovviamente, non c’è solo Conte. E le stesse posizioni in questo campo di battaglia risentono di varie gradazioni. A fare scalpore, per dire, sono state le parole di qualche giorno fa della ministra per la Gioventù Fabiana Dadone, la quale ha detto che si potrebbero “valutare le dimissioni” dei ministri Cinque Stelle nel caso in cui non ci fossero le modifiche sperate. Subito, come si sa, c’è stato il dietrfront: di opportunismo più che di verità considerando che non è la migliore cosa da dirsi nel pieno della trattativa. Ma le parole restano. E non è l’unica a pensare una cosa del genere. Sebbene sia più marcatamente “governista”, anche Stefano Patuanelli nei mesi scorsi – secondo quanto risulta al nostro giornale – nelle riunioni interne al Movimento, ha paventato l’ipotesi di ragionare sulla permanenza nell’esecutivo. A cercare di stemperare gli animi, appunto per via soprattutto della trattativa in corso, ci ha pensato come suo solito Luigi Di Maio il quale anche ieri ha sottolineato: “Il MoVimento ha una guida forte e sta pianificando una nuova fase. Come ho sempre detto, confido molto in Giuseppe Conte: sulla riforma della giustizia sostengo il lavoro che sta portando avanti Conte e sono certo che troverà una soluzione all’altezza delle nostre aspirazioni”. Che è come dire: serve necessariamente una mediazione, ma nessuno parli di scissione o fuoriuscita dal governo. Ma il fronte del no non riguarda solo il Movimento. Anche a sinistra, infatti, non sono pochi i critici. “Non voterei la fiducia sull’attuale versione della cosiddetta riforma della giustizia. È inaccettabile che il presidente del Consiglio chieda l’autorizzazione al voto di fiducia già al varo in Consiglio dei ministri del relativo Ddl”. ha detto Stefano Fassina, deputato LeU, ospite ad Agorà estate su Rai3 qualche giorno fa. Perplessità condivise anche dall’ex presidente del Senato Pietro Grasso in un’intervista su Il Fatto quotidiano in cui ha sottolineato che “il legislatore non può non tenere conto della realtà esistente che, col suo intervento, va a modificare e dei prevedibili effetti che andrà a produrre. Nel dettaglio, la Cassazione è forse in grado di rispettare il termine di un anno. Ma nove Corti di appello su 26 superano la media di durata di due anni dei processi, e gli uffici di Roma, Napoli, Reggio Calabria, Bari e Venezia, che rappresentano circa la metà del carico giudiziario, non concludono un processo in appello prima di mille giorni, cioè praticamente tre anni”. Per questo “se non si apporta alla riforma qualche ulteriore modifica, non v’è dubbio che i cittadini non potranno che prendere atto che la scelta politica sarà quella di far andare in prescrizione, sostanziale o processuale che sia, i numerosissimi procedimenti accumulatisi nelle corti di Appello meno virtuose” e in tal caso “farei fatica a partecipare alla fiducia”.

IL “SI”

Anche per questo, molto probabilmente, Draghi e Cartabia hanno gioco forza dovuto accontentare le richieste dei critici alla riforma. Ciononostante c’è chi invece non perde occasione di incensare il premier. Anche sul fronte della giustizia. Il primo a prender parte è stato Matteo Salvini per il quale la legge non dovrebbe essere modificata per nulla: con “la prima riforma seria che arriva in Parlamento per utilizzare bene e velocemente i fondi dell’Europa e che taglia i tempi del processo civile e penale, Conte e Letta fanno i capricci – aveva detto qualche giorno fa – Quindi tutta la vita sostegno a Draghi e per quello che riguarda la Lega non si tocca neanche una virgola”. Addirittura secondo alcuni la riforma concepita dalla Cartabia ricorderebbe alcune norme concepite a suo tempo dai governi di Silvio Berlusconi. Falso o vero che sia, nessuna voce profondamente critica si è alzata dalla platea di Forza Italia (fatto salvo il blitz in commissione sull’abuso d’ufficio). La stessa Mariastella Gelmini, d’altronde, ha osannato il premier dato che “con una maggioranza di centrodestra omogenea sarebbe tutto più semplice, ma la sintesi che è stata trovata grazie al lavoro del premier Draghi e del ministro Cartabia è un notevole passo in avanti dal punto di vista dell’accelerazione dei processi”. Resta, infine, Italia Viva. Incredibilmente (almeno secondo alcuni) anche Matteo Renzi ha espresso critiche lievi alla riforma e sarebbe pronto a modificare il testo (anche se in senso opposto ai 5S): “Abbiamo accettato la mediazione perché rispetto alla legge Bonafede è un passo in avanti”, ha detto il senatore Iv. “Quando Bonafede dice che una cosa non gli piace, per il gioco naturale io sono felice”. Ma “se mi chiedete ‘volete lavorare per cambiare ancora?’. Sì”. Perché sottolinea l’ex premier, “tutte le mediazioni che fa il governo, non è che cancellano il Parlamento”. Quali siano le eventuali modifiche, però, non è ancora chiarissimo.