Cresce la forbice tra ricchi e poveri. L’unico argine è il Recovery Fund. La Bce: politiche di sostegno prolungate contro il virus. E gli aiuti Ue sono l’occasione per reinventare l’Italia

FABIO PANETTA
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Prima andrà sconfitta la pandemia, poi bisognerà fare i conti con i devastanti effetti che ha prodotto sull’economia tanto in Italia quanto nel resto dell’Ue. “Lo shock provocato dal Covid-19 ha fatto riemergere, accentuandole, fragilità economiche, sociali e ambientali a livello globale, acuendo i rischi di un incremento delle iniquità e dei divari tra ricchi e poveri” ha spiegato il componente del board della Banca centrale europea, Fabio Panetta (nella foto).

“È divenuta evidente l’urgenza di affrontare i problemi in grado di condizionare il benessere dell’umanità. L’attività economica è al tempo stesso causa e vittima dei cambiamenti climatici”, ha aggiunto l’esperto secondo cui “l’uscita dalla crisi richiederà un sostegno prolungato da parte delle politiche economiche, sia monetarie sia fiscali, e un forte incremento degli investimenti produttivi”.

In realtà non c’era bisogno del Covid per capire che nella società italiana qualcosa non funziona da tempo e che le disuguaglianze anziché diminuire, aumentano. Del resto per troppi anni l’argomento è stato snobbato dai precedenti governi ed è stato preso di petto solo dal governo del premier Giuseppe Conte attraverso provvedimenti che, piacciano o no, hanno provato a rompere l’immobilismo della politica. Uno su tutti il reddito di cittadinanza, con le politiche per la ricerca attiva del lavoro ad esso connesse, che è stato osteggiato da Matteo Salvini secondo cui si tratta di un un flop annunciato e una misura eccessivamente assistenzialista.

Peccato che a smentirlo sono i dati che, al contrario, parlano di un risultato ben oltre le aspettative nonostante la pandemia. Stando agli ultimi report e come confermato dai responsabili dei centri per l’impiego, molti beneficiari del reddito di cittadinanza hanno trovato un’occupazione grazie ai navigator a lungo sbeffeggiati dalle opposizioni. Secondo il ministero del Lavoro e Anpal, l’agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro che gestisce i navigator, il 33% dei percettori in carico ai centri per l’impiego ha sottoscritto almeno un contratto entro la fine di novembre 2020.

Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un risultato non entusiasmante e invece è l’esatto opposto. Nel 2018, infatti, l’Istat rilevava che appena il 3% di chi cercava lavoro lo trovava grazie ai centri per l’impiego. A ulteriore riprova della bontà del progetto c’è anche il dietrofront delle Regioni che prima si dicevano scettiche sui navigator e ora ne chiedono la riconferma al governo.

ANCORA MOLTO DA FARE. Ma la strada per ridurre le disuguaglianze è solamente all’inizio. Ne è convinto Panetta che vede nel Recovery Plan che per l’Italia vale 200 miliardi di euro, “l’occasione unica per rilanciare la crescita, orientandola verso percorsi sostenibili” precisando che “se utilizzate in modo accorto – per innalzare la dotazione di capitale umano, per investire in tecnologia, per la salvaguardia dell’ambiente – quelle risorse possono aiutarci a trasformare una crisi con risvolti drammatici in un’occasione di crescita e di progresso. Dobbiamo cogliere questa opportunità con ambizione e lungimiranza”.

Proprio quello che sta facendo M5S che sta portando avanti una battaglia per introdurre il salario minimo in Italia, con proposte di legge come quella depositata dalla ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, e che ha portato la questione fino a Bruxelles dov’è stata partorita una proposta di direttiva sui salari minimi che, quando verrà attuata, imporrà agli Stati membri di armonizzare le proprie legislazioni nel tentativo di ridurre le disuguaglianze sociali.