Crisi e Cav fanno il miracolo. Il Pd compatto blinda Letta. Anche Matteo Renzi dà il suo appoggio al premier. Ma Grillo lo sfotte: è la stessa lealtà data a Prodi

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di Fausto Cirillo

Missione compiuta. Alla vigilia di una delle giornate più difficili della sua carriera politica, il presidente del Consiglio Enrico Letta è riuscito in un’impresa che solo una settimana fa sembrava impossibile: incassare l’appoggio unitario di un Pd che non riesce ancora a capacitarsi di non essere l’unico attore politico dilaniato al proprio interno. Il premier post democristiano guarda così con rinnovata speranza ai passaggi parlamentari di oggi, decisivi per il futuro del governo e della legislatura. Nonché, ça va sans dire, della sua ambizione a presiedere l’Unione europea nel secondo semestre del prossimo anno. Ultimo in ordine di tempo è infatti arrivato anche il via libera di Matteo Renzi, il suo più temibile competitor interno nella candidatura alla premiership del Paese. Il vertice si è tenuto per due ore a Palazzo Chigi ed è stato definito «cordiale e sereno». Il sindaco di Firenze ha garantito il suo sostegno fino al 2015, nel caso in cui Letta riesca ad ottenere una solida fiducia nei due rami del Parlamento. «Oggi sono usciti i dati sulla disoccupazione in Italia» ha scritto sulla sua pagina Facebook dopo l’incontro. «Siamo al 12,2%, il livello più alto dal 1977. I giovani senza lavoro hanno superato il 40%. E la politica come reagisce? Niente, imbambolata sulle vicende che tengono l’Italia bloccata da vent’anni. Ho detto oggi al premier Letta che da sindaco, da militante democratico ma soprattutto da cittadino spero che prevalga l’interesse del Paese. E continuo a fare il tifo per un governo solido che faccia bene per le famiglie, per le imprese, per l’Italia. Tutto il resto lo lascio ai professionisti della chiacchiera». Sarà pure, ma intanto si è guadagnato subito lo sberleffo via twitter di Beppe Grillo: «Renzi garantisce lealtà a Letta. La stessa garantita a Prodi».
Poco prima, l’appoggio era arrivato dalla segreteria politica del Pd, che ha deciso «unitariamente – parola di Enzo Amendola, coordinatore dei segretari regionali – di sostenere Enrico Letta in questa operazione-verità che farà domani in Aula. Vedremo chi ci sta». La proposta di Berlusconi di approvare un decreto anti-tasse e poi andare al voto, ha sottolineato Guglielmo Epifani parlando alla segreteria, «per il Pd è irricevibile». Il premier, ha aggiunto Amendola, «ribadirà alle Camere con chiarezza gli obiettivi che ci eravamo dati cinque mesi fa: le riforme istituzionali del Paese e dunque il loro rafforzamento. Abbiamo preso atto di tutte le dichiarazioni che arrivano sulla crisi di governo, non solo dei maggiori soggetti sociali ma anche dall’estero e in particolare le parole di Martin Schulz ci hanno fatto molto pensare».
Mettere con le spalle al muro chi non ci sta: è questa la strategia che perseguirà oggi il premier con la piena condivisione di tutto il Pd. “È come se gli italiani, che alla fine del tunnel cominciano a vedere la luce – ha dichiarato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini – fossero spinti indietro nel buio. Se qualcuno vuol far cadere il governo dovrà assumersene la responsabilità in Parlamento, alla luce del sole». Sarà una questione di numeri, dunque, ma non solo. I vertici del Pdl sono ormai dentro una riunione permanente per cercare di arrivare ad una mediazione ed assumere una posizione unitaria, ma divisioni sul voto di oggi sono considerate al momento molto più che possibili. Secondo Gianni Cuperlo, candidato alla segreteria del Pd, «c’è quindi un nodo che è tutto politico dentro la destra. Penso che andare avanti nell’esperienza di questo esecutivo con un pugno di voti isolati non sia nell’interesse dell’Italia. Ci deve essere un fatto politico nuovo: una parte di quel campo deve decidere di rompere con una visione padronale del modo di fare politica e del concepire il loro partito. Se dovesse nascere una forza dei moderati di matrice europea credo ci sarebbero le condizioni per andare avanti».
Tradotto: un sostegno raccogliticcio non ci interessa. Se però fosse molto raccogliticcio allora sì che potremmo parlarne. D’altronde a sinistra ragionano da tempo in questo modo: se alcuni loro eletti passano al centrodestra, si tratta senz’altro di figuri prezzolati che tradiscono il mandato elettorale ricevuto; se invece a transumare nelle loro fila o a sostenere i loro ministri sono parlamentari del centrodestra, siamo di fronte a persone responsabili che vogliono solo il bene del Paese. Insomma, a destra comprano i voti mentre a sinistra comprendono il disagio.