Cristiano De Andrè fa i conti col passato. Il legame col padre, la carriera e una vita non facile

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È un toccasana la scrittura quando si presta da arnese per scavare nelle pieghe di una vita e rimettere al loro posto i pezzi del passato, fare tesoro degli sbagli, dei momenti brutti e di quelli belli, fare ricognizione sulla fortuna di essere il figlio di un cotanto (ed ingombrante) genitore e su un cammino professionale affrontato, comunque, a testa alta, con le proprie forze e creatività. Insomma, “cos’é la vita in un libro se non una sana trappola di verità?” Appunto quella verità tutta propria che vuol portare in superficie Cristiano De Andrè in “La versione di C”, autobiografia scritta a quattro mani con Giuseppe Cristaldi e da qualche giorno nelle librerie per i tipi Madeleines della Mondadori (euro 18,90, pag. 198). Cristiano De Andrè ha confermato con “Come in cielo così in guerra” – suo decimo album da quando esordì a vent’anni nel 1982 col gruppo i Tempi Duri – di essere artista restio a seguire le mode e sempre più incline a spendere il proprio talento per la canzone d’autore e di impegno.

SENZA SEGRETI – Della scrittura De André ne fa registro per riaprire le porte del tempo trascorso, di una vita attraversata sin dall’adolescenza con azzardo, intaccata dall’eroina e spinta fin sull’orlo di quel precipizio in cui sono finiti gli amici migliori della giovinezza. Un racconto tutto in prima persona, tribolato e sofferto, con Cristiano (meglio C, come lo chiamava il padre) che, comunque non rinuncia a soffermarsi sui momenti alti e bassi di una carriera ormai ultratrentennale, sulla musica scelta non per seguire le orme paterne, “ma perché la sentivo dentro”, sui legami affettivi ma pure conflittuali (con reali scazzottate) con il padre Fabrizio, il quale quando gli diagnosticarono il tumore non volle comunicarlo al figlio, procurando una ulteriore e dolorosa ferita. Assume la versione di un romanzo realistico la vita di C, pullulante di aneddoti e con la tribù dei De Andrè presentata in tutti i suoi componenti, a cominciare dal suo comandante in capo che non è stato mai Fabrizio ma il nonno Beppe. Ci sono in queste pagine il grande amore per la città natia, Genova, e la Sardegna eletta come il buon ritiro di famiglia e mai più abbandonata nonostante il rapimento del padre e della compagna Dori Ghezzi. Un racconto sincero e dolente, stretto nella morsa dei ricordi che scorrono a mò di granelli di clessidra, che si chiude con una bella e commovente lettera al padre che, in fondo, è come se non se ne fosse mai andato via. “Sono qui papà, mi senti? Sono qui nudo senza nessuna scusa dietro cui nascondermi, basta non voglio darne più. Mi guardo allo specchio e ti rivedo ancora, nel riflesso prego che si aggiungano i volti dei miei figli, quasi che fossimo pronti a una foto di famiglia con i sorrisi genuini e l’armonia pulsante. Hai presente? Come un tempo. C”.