Da “abbiamo una banca” a “siamo di una banca”. Purché si campa…

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Di Sergio Patti

Vacanze saltate e avvocati al lavoro in queste ore a Milano per salvare un giornale. Anzi due. L’operazione in parte “soffiata” da Luigi Bisignani all’ennesima presentazione del suo ultimo libro, “Il direttore”, è concreta e piena di sorprese. Il giornale nel mirino è l’Unità, storica testata della Sinistra italiana, che ha interrotto da qualche giorno le pubblicazioni. La società editrice è in liquidazione e il futuro della testata è incerto, gravato da una montagna di debiti. Il quotidiano, pur nella fase più buia della sua storia, vendeva quasi 25 mila copie. Cioè 20 mila euro di ricavi da edicola al giorno che potrebbero giustificarne l’acquisizione a patto di licenziare tutti i vecchi dipendenti e pubblicare il giornale con una redazione molto più piccola, o meglio già attivata a fare altro. Questo era il progetto di Daniela Santanchè, che annunciando la presentazione di un’offerta per la sola testata de L’Unità (i debiti restavano alla vecchia editrice trasformata in bad company) sperava di diluire i problemi finanziari delle sue società in un pentolone più grande. E intanto iniziare subito a incassare qualcosa con cui tamponare i propri buchi. Tradotto: far finta di salvare L’Unità ma in realtà farsi salvare lei, la pitonessa, dal giornale fondato da Gramsci.

Ora a Sinistra sono confusi, ma certamente non con l’anello al naso e dunque è partito un fuoco di sbarramento che la “pasionaria” di Forza Italia all’inizio aveva sottovalutato e successivamente ha provato a frenare portando dentro all’acquisizione l’amica di sempre Paola Ferrari in De Benedetti, cognome che a modo suo avrebbe dovuto garantire su una linea del giornale adeguatamente di Sinistra, sulla scia di Repubblica, edito dai De Benedetti insieme al gruppo L’Espresso.
La Santanchè, sia chiaro, non ha rinunciato al suo progetto, ma intanto un altro acquirente si è fatto avanti, anche lui però con un problema da risolvere. L’acquirente è il gruppo Sator del banchiere Matteo Arpe, che controlla Banca Profilo e ai confini del suo piccolo impero un giornale online con i conti in profondo rosso: Lettera 43. La testata, nonostante un direttore con i fiocchi come Paolo Madron, non è riuscita a conquistarsi gli spazi che sperava, perché senza il supporto di un po’ di carta si può dilagare sul web ma si entra solo in seconda battuta nelle rassegne stampa di Parlamento e Governo, non si va nelle rassegne della Tv (che continuano a limitarsi incredibilmente ai giornali cartacei) e non si prendono i più ricchi budget pubblicitari riservati alla stampa.

Così, provando a ricalcare il modello industriale de La Notizia, non a caso l’unico quotidiano riuscito a raggiungere quasi due anni di vita in un mercato dove non sopravvive nessuno, Arpe e Madron avevano provato (inutilmente) prima a rilevare qualcuna delle testate decotte messe in vendita da Rcs e adesso si rifanno avanti con L’Unità. L’impostazione dell’offerta sarebbe simile a quella della Santanchè (affitto della sola testata) e in cambio assunzione di qualcuno dei giornalisti a spasso. Un piano al quale parteciperebbe anche Banzai, altra società partecipata da Sator, e che permetterebbe ad Arpe di provare a recuperare l’investimento in Lettera 43 (la perdita complessiva ad oggi sarebbe vicina ai 4 milioni) e nel frattempo magari fare un favore al premier Matteo Renzi, di sicuro non troppo felice di passare alla storia come il segretario del Pd che chiude il giornale di riferimento del partito. E non finisce qua, perché l’operazione non dispiacerebbe affatto anche a Dario Franceschini, il ministro della Cultura oggi molto legato al professore Emmanuele Emanuele, presidente della ricca Fondazione Roma, socia della Sator di Arpe. Senza contare la forza con cui Arpe potrebbe finalmente difendersi su un grande giornale dalle contestazioni della Consob che ancora lo inseguono per il rocambolesco tentativo di scalata al gruppo FonSai, insieme al finanziere Roberto Meneguzzo di Palladio, ancora ospite delle patrie galere.