Presidente Fabio Roia, la riforma della giustizia viene presentata come una svolta storica. Dal punto di vista di chi amministra giustizia ogni giorno, si tratta di una riforma realmente strutturale o prevalentemente organizzativa?
“È una riforma che modifica profondamente la Carta costituzionale senza alcun impatto sul piano della quotidianità organizzativa. Vengono ridefiniti i poteri dello Stato indebolendo l’ordine giudiziario e creando una specie di quarto potere costituito da un pubblico ministero irresponsabile che dispone della polizia giudiziaria. Un potere molto forte che non può non essere controllato da qualcuno. In tutti gli altri Paesi il pubblico ministero staccato dal giudice deve necessariamente rispondere al Ministro della Giustizia e quindi al potere politico. Non può che avvenire così. Per una semplice regola di grammatica costituzionale.
Molti magistrati esprimono preoccupazione per possibili effetti sulle garanzie di autonomia e indipendenza. Dove ritiene debba collocarsi il confine tra legittimo controllo e rischio di condizionamento della funzione giudiziaria?
“La preoccupazione dei magistrati esprime la preoccupazione dei cittadini. Avrei timore di un pm così forte. Stando nell’ordine giudiziario, come avviene oggi, il pubblico ministero anche se separato nella funzione viene controllato dal giudice nel sistema dell’autogoverno del Consiglio Superiore della Magistratura. Con il suo Csm il pubblico ministero si autogovernerà in attesa di venire controllato e ridimensionato dal decisore politico il quale, ricordiamolo, dispone in via amministrativa di tutti i corpi di polizia dedicati anche alle indagini.
La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è uno dei punti più divisivi del dibattito. A suo avviso, migliora la qualità della giurisdizione o rischia di indebolire l’impianto costituzionale della magistratura unitaria?
“La separazione delle carriere non incide assolutamente sulla qualità della giurisdizione perché il pubblico ministero respirerà un’aria troppo investigativa, da polizia, mentre il giudice sarà conseguentemente meno libero perché dovrà valutare di reati che un pubblico ministero alla fine controllato dal potere politico deciderà di sottoporre al suo vaglio e ciò a seconda del colore del governo. Una frizione anche del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Qualcuno dice che ciò rafforzerà la terzietà del giudice. La terzietà del giudice va ricercate nelle regole del processo e nella sua autonomia organizzativa. Basta guardare i numeri sui non accoglimenti delle richieste del pubblico ministero (in tema di misure cautelari, di richiesta di condanna) per rendersi conto come già oggi il giudice abbia una terzietà sostanziale e una piena libertà di giudizio. Per esempio a Milano tutta la vicenda dell’urbanistica sta evidenziando una doverosa separatezza di giudizio”.
Nel confronto pubblico si parla molto di sistema, ma meno delle persone coinvolte. Oggi chi paga di più i tempi lunghi della giustizia: le vittime o gli imputati? La riforma risponde concretamente a questa criticità?
“Dire che la riforma inciderà sui tempi della giustizia è una sorta di gioco di prestigio mediatico. I tempi del processo penale si riducono con riforme che incidano appunto sul processo, con investimento di risorse umane (collaboratori amministrativi dei magistrati) e tecnologiche (funzionalità del processo telematico), evitando di caricare di reati un sistema che non può reggere una continua penalizzazione di condotte. I tempi lunghi creano una vittimizzazione secondaria per le persone offese ed una sofferenza personale per chi subisce le indagini ed il processo: una pena anticipata inaccettabile.
Sul tema dell’efficienza: dal suo osservatorio, il principale collo di bottiglia della giustizia italiana è normativo, organizzativo o culturale?
“I fattori sono molteplici. Siamo un popolo litigioso – mi riferisco al settore civile ma anche al penale per reati che attengono a substrati di conflitto interpersonale- , non accediamo alle forme alternative di risoluzione dei conflitti, abbiamo un codice di procedura penale scritto e pensato per processi con pochi imputati e siamo costretti a celebrare molti maxiprocessi, il settore giudiziario è in crisi di attrattività e i nostri collaboratori amministrativi appena possono se ne vanno oppure non entrano neanche nei ruoli. A Milano abbiamo circa il 50% di scopertura negli organici del personale stabilizzato perché i costi della vita, le retribuzioni non adeguate incentivano alla fuga. Avremmo bisogno di riforme che pensino a questo e non a demolire gli equilibri della Costituzione”.
Quanto incide il clima di conflittualità politica sul lavoro quotidiano dei magistrati e sulla fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario?
“La continua delegittimazione delle istituzioni non fa bene alla salute del Paese perché crea sfiducia e pregiudizi nel comune sentire. È un momento in cui pare che i magistrati sbaglino sempre. Noi interpretiamo e applichiamo rigorosamente la legge compresa quella sovranazionale. Non esistono e non possono esistere decisioni che rispondano ad aspettative politiche od anche del popolo. Saremmo fuori dai canoni di uno Stato di diritto. Una decisione che viene denunciata acriticamente come strumentale crea un effetto di sfiducia che delegittima la magistratura e quindi il sistema paese. Ci vuole continenza e rispetto. A cominciare da noi magistrati”.
Se potesse indicare una sola riforma davvero indispensabile per restituire credibilità ed efficacia alla giustizia italiana, quale sarebbe?
“La credibilità della magistratura passa per una cultura del rispetto istituzionale che crei fiducia nell’attività pubblica e politica. Noi paghiamo ancora la non accettabile durata della risposta giudiziaria che dipende dal non funzionamento del sistema per assenza di risorse adeguate. Occorre poi un livello di etica culturale che deve distinguere la vita pubblica e privata del magistrato. Per esempio nella campagna referendaria dobbiamo tentare di spiegare le ragioni di contrarietà alla riforma con un linguaggio ragionato e non urlato. Da cittadini che indossano la toga per mestiere e che quindi vivono quotidianamente la realtà dei palazzi di giustizia. Rimango al tema della separazione delle carriere. Obbligherei chi vuole scegliere la funzione requirente a svolgere come primo incarico quello di giudice civile o penale che lavori in un contesto di decisioni collegiali: per imparare a confrontarsi con altri giudici, ad ascoltare altre tesi ed a volte ad essere messo in minoranza. Quella che chiamiamo la cultura della prova e del contraddittorio effettivo e che a volte manca in chi svolge proprio esclusivamente la funzione inquirente”.