Da Napoli a Roma, il miracolo dell’arte. Persino Napoleone si è inchinato al Santo

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di Lidia Lombardi

Questo è l’unico tesoro mai depredato. Perfino Napoleone e la famiglia Bonaparte, che hanno comprato o razziato tante nostre meraviglie, a San Gennaro non hanno tolto nulla, anzi hanno regalato. Lo fece Giuseppe Bonaparte che donò una croce di diamanti e smeraldi. Lo fece Gioacchino Murat, il quale recò in omaggio, con la moglie Carolina Bonaparte, un ostensorio d’oro cesellato dai maestri napoletani”.
Sintetizza così Paolo Jorio, direttore del Museo del Tesoro di San Gennaro, il senso della collezione – tra le più preziose del mondo – conservata nella Deputazione della Real Cappella e qui esposta dal 2003. Jorio è ora anche il curatore della sensazionale mostra che per la prima volta ha fatto uscire da Napoli, per esporli da ieri e fino al 16 febbraio del 2014 a Palazzo Sciarra di Roma, settanta dei 21.610 oggetti preziosi raccolti in sette secoli per devozione  al patrono partenopeo. Qualche giorno fa a dare il segno di quanto valgano è stato il viavai di blindati con ululato di sirene che ne sancivano l’arrivo a Palazzo Sciarra. A felicitarsi della missione compiuta Emmanuele Emanuele, il presidente della Fondazione Roma che ha voluto la mostra e che ha sottolinea quanto sia importante rendere pubblicità a “una realtà museale privata ancora oggi poco  conosciuta”. A spingerlo nell’accordo con il Museo e con l’Università Suor Orsola Benincasa, altra prestigiosa istituzione napoletana, è stato, ricorda, “il mio noto convincimento che la presenza e la sinergia di soggetti privati  no profit nel territorio nazionale rappresenti il nuovo modello operativo del settore della cultura”.

Le tradizioni e la cultura
Che cosa dicono, oltre all’evidenza della propria maestosità, i pezzi nelle vetrine di Palazzo Sciarra? Dicono dell’importanza di Napoli e del nostro Paese, delle tradizioni che intridono la cultura, dei sovrani stranieri che hanno dominato l’Italia e ne sono stati dominati, della raffinatezza del nostro artigianato. Dicono del Santo più famoso nel mondo, con i suoi 25 milioni di devoti. E una passione che anima da sempre non solo la città partenopea.

La storia

Un aureolato che due volte l’anno ferma una città, Napoli, perché sotto i riflettori dei mass media da secoli ripete il medesimo miracolo: lo scioglimento del suo sangue indurito dal tempo e conservato in venerate ampolle. Gennaro fu un martire cristiano del III secolo dopo Cristo rilanciato mille anni dopo da Carlo II d’Angiò che fece realizzare il suo busto in argento dorato chiamando a corte quattro orafi del luogo. “Fu un modo per dare impulso all’arte partenopea. Nacque da qui la prima corporazione di orefici, fucina di doni al Santo che non hanno avuto mai sosta”, spiega Jorio. Che aggiunge: “Ogni opera narra non solo la maestria di scultori, argentieri, cesellatori, saldatori, di mettitori d’insieme – come erano chiamati gli assemblatori del tempo – ma anche la storia di un popolo e della sua civiltà millenaria, che accomuna i regnanti e i poveri”.  La racconta, questa storia, uno dei due più sensazionali pezzi esposti, la Collana di San Gennaro. Nel 1679 i componenti della Deputazione laica che custodisce il Tesoro decidono di utilizzare alcune gioie (tredici grosse maglie in oro massiccio al quale sono appese croci tempestate di zaffiri e smeraldi) per creare un ornamento per il busto del Martire voluto dal d’Angiò. Affidano il compito a Michele Dato, cui si uniscono molti artigiani. Una tradizione che continua fino a oggi, con Armando Arcovito e Francesca Bonanni che hanno unito la più alta lavorazione di gioielleria alle nuove tecnologie nel loro lavoro di riproduzione. Ma nei decenni altri pezzi si sono aggiunti al collier. Così per esempio insieme con l’anello che nel 1933 Maria Josè si sfilò dal dito per donarlo a Gennaro ci sono gli orecchini di corallo che una popolana si levò dai lobi. Erano della nonna e sarebbero dovuti passare alla figlia e alla nipote. Pari magnificenza vanta la Mitra: argento dorato, 3326 diamanti, 162 rubini, 198 smeraldi e due granati. Uscì dal laboratorio di Matteo Treglia giusto 300 anni fa, nell’aprile 1713, quando la Deputazione ne coprì il capo del Santo per la processione che mise in ginocchio a farsi il segno della croce nobili e lazzaroni. Pare rivivere la scena entrando nella prima sala. Espone una lunga veduta del Golfo di Napoli dipinta dal Ruiz, il ritratto di San Gennaro benedicente firmato dal Solimena, una portantina settecentesca nella quale si “riparava” il venerato busto in caso di pioggia. Poi è un crescendo di stupore davanti alle gigantesche sculture degli orafi, come il “Tobiolo e l’Angelo” in argento, rame e bronzo, datato 1797. O di fronte a candelieri alti come colonne. Od ostensori che mischiano il rosa del corallo al corrusco dell’oro. Accomiatano i visitatori ritratti animati. Sono re e papi che spiegano perché donarono al patrono. Ecco Pio IX, in esilio a Napoli per due anni dopo essere fuggito da Roma nel 1848 in seguito ai moti liberali. Ringrazia la città e il suo protettore regalando un calice. Ecco Maria Teresa d’Austria, andata sposa nel 1837 a Ferdinando II di Borbone, che sentendo il popolo ostile cerca di ingraziarselo recando al Martire un ostensorio tempestato di gemme. Mesto l’addio di Francesco II di Borbone, in fuga a Gaeta nel 1860. Sul calice lasciato a Napoli volle inciso solo un “A San Gennaro con devozione”.