Da Speranza alla Meloni. L’Italia è in mano al partito unico della guerra. Dopo il feeling con Putin persino Cav e sovranisti indossano l’elmetto contro lo Zar

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Non c’è più nemmeno dibattito tra pacifisti e interventisti. In Parlamento, tranne qualche gruppo minore e fatta eccezione per il Movimento 5 Stelle, da quando Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina c’è solo un grande partito della guerra o quasi.

In Parlamento, tranne qualche gruppo minore e fatta eccezione per il M5S, c’è solo un grande partito della guerra o quasi

La sinistra non è più quella dei fiori nei cannoni e sin dall’inizio è stata quella con l’elmetto più stretto sulla testa. A destra lo stesso, seppure con qualche acrobazia da parte di chi fino a pochi mesi fa strizzava l’occhio alla Russia. Tutti d’accordo dunque non solo nel condannare le violenze ma anche nell’invio delle armi a Kiev.

Tanto il Pd quanto Leu sono stati subito favorevoli ad armare gli ucraini e a investire sugli armamenti, criticando anche pesantemente le posizioni dei pacifisti e di parte della stessa Associazione nazionale partigiani. “Preoccupano le notizie di bombardamenti nella Transnistria, regione russofona in territorio moldavo. È fondamentale evitare che si apra un nuovo fronte della guerra in Ucraina, allargando il conflitto al confine ovest del Paese. Si fermi subito questa ennesima escalation”, ha twittato ieri la deputata dem Laura Boldrini, ex presidente della Camera.

Di dialogo e trattative per arrivare alla pace in casa Pd si parla però molto poco. Gli ucraini vengono indicati come i nuovi partigiani e l’imperativo, in linea con gli Stati Uniti, è quello di inviare loro strumenti con cui contrastare i russi, senza a quanto pare preoccuparsi troppo dell’escalation e del prolungarsi del conflitto.

Linea condivisa da Leu, il partito che dovrebbe essere il custode dei valori della sinistra italiana. “La terza guerra mondiale c’è già, come ha detto Papa Francesco si sta combattendo a pezzi. La situazione è sufficientemente drammatica senza aggiungere altre escalation. E a chi dice “armi, armi, armi” la mia risposta è “trattativa, trattativa, trattativa”, ha affermato l’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti.

Nessuno lo ascolta. Il segretario dem Enrico Letta è il più schierato sulla risposta da dare con le armi. Ieri ha provato ad aggiustare il tiro. “L’Europa oggi unita deve sostenere l’intervento e la mediazione delle Nazioni Unite. La visita di Guterres ieri a Mosca, domani a Kiev, è per noi un messaggio di speranza, noi siamo perché quel segnale di pace venga colto”, ha detto. Ma la sua posizione comunque non cambia. E sull’Ucraina sembra in perfetta sintonia anche con Italia Viva e dunque con l’ex rottamatore Matteo Renzi.

Più imbarazzante la posizione del centrodestra. Silvio Berlusconi per anni ha vantato il suo rapporto privilegiato con Vladimir Putin. Con i suoi Governi l’Italia si è legata mani e piedi a Mosca per le forniture di gas, con tutti i problemi che ora ne stanno derivando e che stanno portando lo stesso premier Mario Draghi a bussare alla porta di mezzo mondo per non restare al freddo.

Il leader di FI aveva un feeling notevole con la Russia che conta e che ha investito in maniera massiccia in Italia. Poi, scoppiata la guerra, prima si è defilato e poi si è reso contro che non ha alcun potere neppure per interloquire con lo zar. Altro che amico Vlad. Nulla in grado però di fermare l’inossidabile Cav. Forza Italia si è così subito schierata sulla linea dell’atlantismo e nel partito unico delle armi all’Ucraina.

Ancor più difficile la posizione della Lega e di Fratelli d’Italia. Senza dover rispolverare le inchieste sui rapporti opachi tra il Carroccio e i russi, partendo dal famoso incontro all’hotel Metropol, Matteo Salvini era il più schierato dalla parte di Putin. Resosi conto che difficilmente poteva restare al Governo, nella maggioranza arcobaleno, e trovare un minimo di spazio in Europa restando tra le braccia di Putin, seppure con qualche distinguo il Capitano ha fatto così una delle sue giravolte e dato l’ok sulle armi.

Un via libera giunto ancor prima e con più forza da Giorgia Meloni, non a caso ignorata durante la sua visita a Roma dal premier ungherese Viktor Orbán. Davanti a un simile schieramento sembra difficile che la stretta strada per la pace possa essere ampliata dall’Italia.