Da Stalingrado a Waterloo. La Parma di Pizzarotti fa esplodere la tensione a 5 Stelle: la Raggi già teme per sé

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Da mesi viveva come un separato in casa. Portando avanti le proprie idee nel Movimento 5 Stelle. Finendo per tagliare i ponti con Beppe Grillo e la Casaleggio Associati. Perciò la sospensione del sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, non è stata un fulmine a ciel sereno. La cronaca della giornata è stata quella di un divorzio annunciato, che attendeva solo la causa scatenante. “Nonostante la richiesta, inoltrata da ieri e a più riprese, di avere copia dell’avviso di garanzia e di tutti i documenti connessi alla vicenda per chiudere l’istruttoria avviata in ossequio al principio di trasparenza e già utilizzato in casi simili o analoghi, non è giunto alcun documento”, ha scritto Beppe Grillo sul blog, ratificando la sospensione e marcando la distinzione con l’inchiesta di Livorno che riguarda anche Filippo Nogarin. La replica non è stata tenera: “Sono mesi che Parma chiede chiarimenti, privati e anche pubblici. Totalmente ignorati. Parlate addirittura di trasparenza. E questa sarebbe trasparenza?”, ha scritto Pizzarotti su Facebook. E, non contento, ha pubblicato il carteggio con lo staff di Beppe Grillo che chiedeva i documenti dell’avviso di garanzia. Il sindaco ha ricordato che “un eletto, e pubblico ufficiale, non fornisce documenti a una mail anonima”. Infine ha suggerito che – per approfondimenti – può essere contattato dal responsabile dei Comuni, Luigi Di Maio. Da un punto di vista formale, Pizzarotti ha dieci giorni di tempo per inviare una memoria difensiva contro la sospensione. Scaduto il termine, scatterà in automatico l’espulsione.

Timori elettorali
Appena si era diffusa la voce dell’avviso di garanzia al sindaco di Parma, nessuno tra i pentastellati aveva difeso a spada tratta il primo cittadino come era invece avvenuto a Livorno con Filippo Nogarin. Tra i big è calato il gelo. Con la crescita di alcune tensioni tra la linea “garantista” – seppure per mera scelta strategica e non certo per riaccettare il separato in casa – inizialmente proposta dal vicepresidente della Camera Di Maio, (che pure è finito nel mirino di Pizzarotti perché il vicepresidente della Camera per “un anno non ha mai incontrato i sindaci”), e quella più dura e pura del suo collega di direttorio, Roberto Fico, decisamene favorevole alla cacciata. La rottura con “Pizza” ha trovato la benedizione dall’ala più oltranzista dei pentastellati, che vede in Alessandro Di Battista il punto di riferimento. Il confronto ha convinto in parte Di Maio, mentre ha lasciato perplessa la candidata per il Campidoglio, Virginia Raggi, consapevole di poter finire sulla graticola molto presto in caso di vittoria alle comunali di Roma. Il caso, peraltro, si è aperto però in piena campagna elettorale. E i possibili contraccolpi sul voto hanno alimentato le preoccupazioni chi ha sposato la tesi più prudente di Di Maio. “I timori sono infondati. Finora l’inchiesta a Livorno che coinvolge Filippo Nogarin non ha intaccato il consenso”, ha evidenziato – a microfoni spenti – uno dei parlamentari 5 Stelle più in vista e favorevole alla sospensione. E quindi, secondo questa tesi, nemmeno la querelle-Pizzarotti inciderà.

Stalingrado o Waterloo
Nel gelido silenzio dei vertici a 5 Stelle, si è levata solo la voce del sindaco di Pomezia, Fabio Fucci, che ha indossato i panni del pompiere, difendendo – in generale – il ruolo di amministratore del M5S. E lo ha fatto raccontando una vicenda personale: “Anche io ho ricevuto un avviso di garanzia ma è già tutto archiviato. Chissà come mai nessuno ne ha parlato prima. Pensate che disastro se mi fossi dimesso per un avviso di garanzia basato su accuse inconsistenti e reati inesistenti!”. Fucci ha concluso, inviando un abbraccio ai colleghi Pizzarotti e Nogarin: “Noi sindaci del Movimento 5 Stelle siamo sindaci di frontiera. Ci vuole coraggio ad amministrare città che il Pd ed altri hanno devastato. A noi spetta il compito di risollevare le città dalle macerie”. Ma l’accorato appello non ha funzionato. Perché sono molto lontani i tempi in cui Grillo definiva Parma “la nostra piccola Stalingrado”. Anzi il timore è quello che Parma possa trasformarsi in una Waterloo.

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