D’Alema si fa da parte. Rottamato

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di Vittorio Pezzuto

Non si può dire che Massimo D’Alema non sia intelligente. Arrogante, saccente e a conti fatti sempre perdente questo sì. Ma stupido proprio per nulla. Per capire l’aria nuova che tira nel Pd non ha certo aspettato di vedere in tv Matteo Renzi che, intervistato ieri sera a “Ballarò”, recitava l’atteso De Profundis per la generazione di dirigenti di partito che più di tutti lui ha incarnato: «Bindi, Veltroni e D’Alema devono darci tanti consigli e farsi da parte». Un proponimento secco che però nel pomeriggio era stato ‘bruciato’ sul tempo proprio dall’annuncio del ritiro dalle scene formulato dall’ex segretario di partito, ex premier, ex ministro ed ex deputato. Il presidente della Fondazione Italianieuropei prima smentiva come «calunnie usate come strumento di lotta politica» il ruolo di ‘ombra’ di Gianni Cuperlo, negando di avergli imposto il divieto di ingresso nella segreteria del partito: «Non ho il compito di dargli direttive. Ho fatto una battaglia congressuale a suo sostegno perché lo ritenevo il migliore candidato possibile, prendo atto del risultato. Ma non ho intenzione di animare correnti». E poi, per ribadire il concetto a quei zucconi dei giornalisti (nei confronti dei quali, spesso a ragione, non ha mai dimostrato una gran stima), ha aggiunto: «Io mi occupo di altre cose e non voglio essere tirato in mezzo ad una dialettica che ha altri protagonisti di un’altra generazione che, come è giusto che sia, sono chiamati a certe responsabilità. Io torno al mio lavoro, non parteciperò a riunioni né prenderò decisioni». In fondo la sua non è altro che una tardiva presa d’atto che in qualsiasi altro Paese occidentale verrebbe registrata come fisiologica. Nell’Italia gerontocratica e immobile sarà invece considerata un evento storico da analizzare in tutte le sue sfaccettature. Nel disinteresse generale.