Dalla Bulgaria alla Polonia. Così il dumping salariale favorisce le delocalizzazioni. Un’ora di lavoro in Europa costa in media 27 euro. Ma in 16 stati su 28 la paga è inferiore

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Uno dei principali motivi per cui le aziende delocalizzano la produzione è dovuto al costo del lavoro, che in Europa può oscillare tra i 5,4 euro l’ora della Bulgaria e i 43,5 euro della Danimarca. Queste due cifre rappresentano gli estremi del Far West salariale che regna tra i 28 paesi che costituiscono l’Unione europea e che il Movimento 5 Stelle vuole regolamentare introducendo un salario minimo in tutta Europa.

Infatti in un continente dove le imprese pagano in media 27,40 euro per un ora di lavoro, ma con differenze di costo che possono toccare i 38 euro per unità di tempo lavorata, è chiaro che la spinta alla delocalizzazione è fortissima. Per questo Luigi Di Maio, nel lanciare il programma elettorale pentastellato delle prossime elezioni per dare l’assalto alla Commissione di Jean-Claude Juncker, è stato chiaro: “Ci batteremo per un salario minimo europeo”.

Attualmente i paesi dell’Unione che hanno una qualche forma di paga minima sono 22, mentre i restanti 6, Italia inclusa, non hanno un tetto minimo per le retribuzioni. Così, in assenza di tali misure, il dumping salariale incentiva le imprese a trasferire la produzione dove il costo del lavoro è più basso. Nel 2018, secondo Eurostat, l’istituto europeo di statistica, sono 16 le nazioni Ue dove il costo orario di un lavoratore è sotto la media (27,4 euro) registrata nell’Europa a 28. Il paese dove la manodopera è più a buon mercato (includendo oltre alla retribuzione erogata al lavoratore anche i costi sostenuti dall’impresa per l’assistenza e la previdenza) è la Bulgaria con un costo orario di 5,4 euro, seguita da Romania, Lituania, Ungheria e Lettonia, rispettivamente con 6,8 euro, 9 euro, 9,2 euro e 9,3 euro, per unità di tempo lavorata.

E’ compreso, invece, tra i 10 e i 15 euro, il costo della manodopera in paesi come Polonia (10,1 euro l’ora), Croazia (10,9), Slovacchia (11,6), Estonia (12,4), Repubblica Ceca (12,6), Portogallo (14,2) e Malta (14,7). è sempre sotto la media, seppure più alto rispetto ai livelli dei precedenti Paesi, il costo dei lavoratori in Grecia, Cipro, Slovenia e Spagna, dove le imprese spendono per un’ora di lavoro, rispettivamente 16,1 euro l’ora, 16,3 euro, 18,1 euro e 21,4 euro. Cifre che fanno di questi paesi, potenziali luoghi di delocalizzazione per le imprese che vogliono ridurre il costo del lavoro con paghe e contributi più bassi.

La nazione europea dove le aziende spendono di più per i lavoratori è la Danimarca con 43,5 euro l’ora, seguita da Lussemburgo (40,6 euro), Belgio (39,7 euro), Svezia (36,6 euro), Olanda (35,9), Francia (35,8 euro), Germania (34,6 euro), Austria (34 euro), Finlandia (33,6 euro), Irlanda (32,1) e Italia con 28,2 euro l’ora. Questi sono i Paesi dai quali le aziende tendono a delocalizzare, almeno fino a quando non sarà introdotto un salario minimo europeo in grado di fermare questo processo.