Dalla scuola Diaz al caso Cucchi fino ai richiami internazionali: il Parlamento non ci sente. La legge sulla tortura resta bloccata al Senato

di Giorgio Velardi
Politica

Quello di Stefano Cucchi fu “un vero e proprio caso di tortura”. Di più: “L’aggressione subita da Cucchi è stata un atto mediante il quale sono stati inflitti alla vittima gravi dolori e severe sofferenze, trattamenti crudeli ed inumani secondo i criteri di riferimento della Convenzione delle Nazioni Unite”. Il 16 ottobre 2015 un’indagine indipendente realizzata dall’associazione Medici per i diritti umani (Medu) parlava proprio di tortura riferendosi alla vicenda del geometra romano morto il 22 ottobre 2009 al Pertini di Roma. Peccato però che nemmeno quella circostanza bastò a smuovere le coscienze dei nostri parlamentari. O almeno di una buona parte di essi. Perché infatti, ancora oggi, in Italia la legge che introduce nel codice penale il reato di tortura è ben lontana dal diventare realtà. Il provvedimento “è di fatto scomparso dal calendario dei lavori dell’Aula del Senato”, ha ricordato proprio ieri la presidente dei senatori del gruppo Misto, Loredana De Petris, che ha provato a chiederne l’inserimento all’ordine del giorno dell’Assemblea. Ovviamente senza successo. Eppure un testo c’è: il primo via libera da parte di Palazzo Madama è arrivato a marzo 2014, in pratica tre anni fa. Poi il disegno di legge è passato alla Camera, che l’ha approvato il 9 aprile 2015 rispedendolo al Senato. Dove è destinato a rimanere lettera morta.

Ennesimo bluff – Si tratta, manco a dirlo, di un’altra delle grandi promesse mancate di Matteo Renzi. Che l’8 aprile 2015, il giorno dopo la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per i fatti della scuola Diaz durante il G8 di Genova, ne aveva garantito l’approvazione. “È la risposta di chi rappresenta un Paese”, twittava tonitruante l’ex sindaco di Firenze. Poi però hanno prevalso gli interessi di bottega, a cominciare da quelli tutti interni alla maggioranza di Governo. Così il 19 luglio 2016, quando sembrava essere davvero “la volta buona”, la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama sospese l’esame del ddl su richiesta di Forza Italia, Lega Nord e Conservatori e Riformisti, con il benestare del Pd e l’entusiasmo di Area popolare. “Una decisione molto saggia”, la definì l’allora ministro dell’Interno, Angelino Alfano.

Colpe bipartisan – “Definire vergognoso questo atteggiamento è poco”, dice a La Notizia Felice Casson (Pd): “È la terza legislatura che si arriva ad un nulla di fatto”. La colpa? Da una parte c’è il centrodestra, “che reputa questo come un provvedimento contro le forze dell’ordine, quando ci sono tanti agenti che fanno bene il proprio mestiere senza bisogno di torturare nessuno”; dall’altra c’è il Governo, “che non ha il coraggio di mettere la fiducia su un provvedimento di civiltà. E questo è inaccettabile”.

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