Dall’Italicum al Quirinale, the winner is Renzusconi. Il premier ai Dem: Forza Italia non vuole uno dei nostri. Possibile nome fuori dal Nazareno

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Finalmente è stato superato lo scoglio di Palazzo Madama. Ed ora, dopo il disco verde, toccherà alla Camera pronunciarsi sull’Italicum. L’aula del Senato, infatti, ha dato il via libera al disegno di legge di riforma elettorale. Il testo è stato approvato con 184 voti favorevoli, 66 contrari e 2 astenuti. Ovviamente, però, non sono mancate le polemiche. Diversi senatori appartenenti alle minoranze di Pd e Forza Italia non hanno partecipato al voto, lasciando l’aula per dissenso: tra i dissidenti dem sarebbero stati in 23 a boicottare – motivatamente e dopo averlo annunciato – lo scrutinio. Sel, invece, ha puntato il dito contro governo e maggioranza parlando di “metodo indegno” raggiunto “a colpi di imbrogli e trucchi”.

IL NUOVO TESTO
Di sicuro c’è che, in base alle modifiche apportate dall’assemblea, soprattutto dopo l’approvazione due giorni fa degli emendamenti di Anna Finocchiaro che recepivano il cuore stesso della legge partorita con il Patto del Nazareno, la riforma ora stabilisce che per essere eletti alla Camera occorre superare una soglia di sbarramento del 3% mentre il premio di maggioranza sarà di 240 seggi su 630 scatta per la lista (non più per la coalizione) che ottiene il 40% dei consensi (con il ballottaggio tra i primi due se al primo turno nessuno cogliesse tale risultato). La scheda elettorale conterrà capilista bloccati e consentirà all’elettore di indicare due preferenze divise per genere. La riforma entrerà in vigore da luglio 2016, come stabilisce la clausola di salvaguardia.

LE OPPOSIZIONI
Subito, il premier Matteo Renzi ha cantato la sua soddisfazione con l’abituale tweet di commento: “Il coraggio paga. Le riforme vanno avanti”. Contemporaneamente, però, non sono mancate le durissime contestazioni, anche in casa Dem. Prima del varo della riforma a Palazzo Madama, infatti, il senatore Pd Miguel Gotor aveva fatto sapere: “Prendo la parola annunciando, a nome di un gruppo di senatori di diversa sensibilità, la nostra intenzione di non partecipare al voto” per dissenso sulla modalità di selezione dei nuovi parlamentari che si ritiene “dirimente”. E poi: “Il diritto di voto è la massima espressione della sovranità del popolo”. A ruota, la stoccata al premier: “C’era tutto lo spazio per trovare una soluzione diversa ma non è stata neppure cercata”. Anche più forti le contestazioni delle opposizioni, con i Cinque Stelle e Sel che hanno inveito per alcuni cambiamenti formali (“cognomi” al posto di “nominativi” al testo introdotti senza discussione e annunciati dalla presidente Valeria Fedeli che, appunto, ha proposto e presentato un nuovo testo del coordinamento formale, modificato rispetto al precedente. Ma a replicare è stato il ministro Maria Elena Boschi, secondo la quale nell’aula del Senato “non c’è stata nessuna forzatura” relativa all’approvazione della norma di coordinamento sulla legge elettorale.

di Lapo Mazzei

E sì, in certi frangenti ci vuole davvero “orecchio”, come canta Enzo Jannacci in una delle sue celebri canzoni. E siccome le note suonate in questi giorni sono spesso dissonanti fra loro, serve prestare la massima attenzione. Per dire. Ieri è stata approvata al Senato la legge elettorale tanto cara al premier Matteo Renzi e al suo socio (di maggioranza secondo alcuni) Silvio Berlusconi. Però, e qui arriva la nota per la quale ci vuole orecchio, ben 24 i senatori della minoranza Pd non hanno partecipato “motivatamente” al voto sull’Italicum. Certo non è propriamente una slavina, o una frana di ampia portata. Si tratta, semmai, di una crepa nel muro. Che però potrebbe allargarsi in occasione del voto per il capo dello Stato.

LA QUADRA
Nel segreto dell’urna, in fondo, Renzi non vede. Ed è su questo che contano i ribelli dem, i grillini di Beppe Grillo e i malpancisti azzurri che fanno capo a Raffaele Fitto, che già immaginano un futuro senza Silvio Berlusconi. Grazia e regola del 3% permettendo.
Ancora per dire. I capibastone della minoranza Dem sostengono che la “non partecipazione motivata al voto finale sulla legge elettorale da parte di 24 ( 23 secondo altri calcoli) senatori del gruppo del Pd è un atto politico di dissenso chiaro e netto nel merito della riforma, nonostante, anche grazie alla nostra azione, siano stati compiuti significativi miglioramenti rispetto a quanto approvato dalla Camera”. A dirlo sono i senatori del Pd Federico Fornaro e Carlo Pegorer. Nel mirino i capolista bloccati. Secondo i ribelli del Pd questi “produrranno una Camera che avrà oltre la metà dei deputati non scelti dai cittadini e, di fatto, impediranno l’elezione di candidati con preferenze per tutti i partiti di opposizione”. Insomma, è stata votata una legge che consegna ai partiti, anzi ai leader dei partiti, il potere di un sovrano che va oltre qualunque logica.

LA SPARTIZIONE
Ecco, dopo aver prestato orecchio a tutto ciò uno si chiede: ma questi come fanno a scegliere il nuovo presidente della Repubblica? Come possono trovare l’accordo? Semplice, basta applicare pedissequamente il manuale Cancelli, quello che dirige il traffico delle spartizioni, aggiungervi un po’ di consociativismo vecchio stile e il cocktail è pronto. Chiunque sia il nome indicato, il nuovo inquilino del Colle non sarà altro che la sintesi, anzi il trattino, fra Matteo e Silvio con il sì delle minoranze, che avranno in dote altre forme di risarcimento. In fondo poltrone, rimpasti e accordi sono sempre dietro l’angolo. Tutti gli altri faranno solo da contorno.

PROBLEMI DIMENTICATI
Intanto questioni scottanti come la lotta al terrorismo finiscono ancora in panchina. Il consiglio dei Ministri, che deve varare l’atteso pacchetto di misure anti-terrorismo, anche oggi non lo farà. Ovviamente a causa delle consultazioni ancora in corso sul Quirinale, che stanno bloccando il Paese. La riunione dei ministri è stata aggiornata alla prossima settimana, quando il Colle dovrebbe essere finalmente occupato. Prestando orecchio anche a questa stonatura si capisce che gli accordi interni alla maggioranza che regge il governo Renzi siano tutt’altro che solidi. Tradotto significa che l’Ncd di Angelino Alfano teme come neve al sole l’intesa Renzi-Berlusconi sul Colle, pur avendo centrato il bersaglio della legge elettorale. E siccome i centristi non vogliono restar fuori sono pronti a tutto pur di stare in prima fila nella convinzione che per il Partito della nazione il loro apporto sia strategico. Per dire.