Dati sul vaccino insufficienti. Pure la Svizzera stoppa AstraZeneca. Le autorità elvetiche non danno l’autorizzazione. Già negata in Francia, Germania e Svezia sugli over 65

Astrazeneca
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Astrazeneca fa ancora parlare di sé. La Svizzera ha deciso di rifiutare l’approvazione all’utilizzo del vaccino prodotto da Oxford e Astrazeneca ritenendo che i dati forniti dai produttori siano insufficienti. La decisione viene dopo che altri paesi, fra cui Francia, Svezia e Germania, hanno detto no alla somministrazione del vaccino per gli over 65. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha dichiarato che il vaccino è “praticamente inutile” per chi appartiene a questa fascia di età. Le autorità sanitarie svizzere, che hanno già approvato nelle scorse settimane i vaccini prodotti da Pfizer e da Moderna, hanno dichiarato di aver preso visione delle informazioni ottenute dal colosso farmaceutico ma che queste non sono sufficienti per consentire l’autorizzazione al suo utilizzo.

I nuovi dati, oggetto di scontro, sull’efficacia del vaccino arrivano dalle sperimentazioni in corso in Gran Bretagna. In una pre-pubblicazione si sostengono tre punti importanti: il vaccino riduce la possibilità di trasmissione del virus del 67 per cento dopo la prima dose, la singola dose ha un’efficacia del 76 per cento dal 22esimo giorno dalla somministrazione al 90esimo, l’efficacia di due dosi è maggiore se l’intervallo tra le due inoculazioni è maggiore, arrivando fino all’82,4 per cento. Le ultime analisi, dunque, sottolineano l’importanza di distanziare le due dosi: l’efficacia sale dal 54,9 per cento all’82,4 per cento con un intervallo di 12 o più settimane.

I risultati, non condivisi da tutti i paesi dell’Ue, supportano la strategia adottata dalla Gran Bretagna di dare la priorità alla fornitura del maggior numero possibile di prime dosi di vaccini, ma sono dati non utilizzabili su altri vaccini. C’è di più. Si stanno studiando le nuove varianti e si riscontra un’efficacia buona su quella inglese e leggermente ridotta su quella sudafricana. Inoltre nella lotta al covid-19 entrano in gioco anche gli anticorpi monoclonali che anche l’Italia, dopo la Germania, ha deciso di adottare. E’ arrivato, infatti, il via libera dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) per due monoclonali, ma per una casistica limitata alla fase precoce di pazienti ad alto rischio di evoluzione.

Già nei giorni scorsi, il presidente dell’Aifa, Giorgio Palù, aveva definito tali terapie come salvavita e il direttore generale Nicola Magrini aveva comunicato che il governo ha individuato un fondo per questi farmaci, garantendo così una disponibilità per coprire “diverse decine di migliaia di pazienti”. Avere a disposizione anche questa opzione terapeutica, che, “in determinate condizioni, permette – afferma il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo) Filippo Anelli – di ridurre le ospedalizzazioni e di migliorare i risultati clinici, può essere una strategia per condurre a termine la campagna vaccinale in un tempo più flessibile”.

Il fondo individuato, inoltre, “permetterà di somministrare i monoclonali a migliaia di pazienti nell’ambito del Servizio Sanitario nazionale provando a ridurre le complicanze e le ospedalizzazioni”. Tutto questo mentre si guarda anche a nuove eventuali riaperture. Proprio domani il Comitato tecnico scientifico (Cts) analizzerà le linee guida pensate dalle regioni per la riapertura degli impianti sciistici prevista per il 15 febbraio, data in cui scadrà il divieto di spostamento tra le Regioni. Ma mancano ancora due settimane e dunque bisognerà vedere se i dati epidemiologici, ad oggi in miglioramento, consentiranno un allentamento delle misure o sarà necessaria un’eventuale proroga.