De Girolamo non convince, le zone d’ombra restano

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di Lapo Mazzei

La perla, ovvero ciò che è stato il mantra dell’intero ragionamento, è quando alza le barricate sostenendo d’esser vittima di un complotto. Che nello slang degirolamese andante diventa «gomblotto». Tutto il resto viene di conseguenza, trasformando la seduta della Camera nella sala di un qualunque consiglio comunale della sua regione. Dove il ministro dell’Agricoltura, Nunzia De Girolamo, è andata tessendo una ragnatela di rapporti e intrecci politici al centro dello scontro politico finalizzato a ottenere le sue dimissioni. Se certi modi valessero tanto quanto i fatti, l’ex pupilla del Cavaliere, passata alla storia per i bigliettini galanti di Silvio, dovrebbe dimettersi per manifesta inadeguatezza. E nemmeno la sequela di «mai» – inanellati dalla deputata come fossero i grani del rosario – hanno contribuito a rendere efficace la sua ars oratoria. Che, a tratti, è stata addirittura da macchietta. «Sono vittima di un gomblotto, non ho mai abusato della mia posizione di deputato» ha ripetuto più volte di fronte ad un’aula semivuota e particolarmente annoiata. Eppure Nunzia si è difesa in dalle accuse relative alla vicenda dell’Asl di Benevento e degli appalti per la gestione del 118. La ministra del Nuovo centrodestra legge per quasi un’ora le sue giustificazioni, messe a punto i suoi avvocati, ma al suo fianco i banchi restano vuoti. Non c’è Enrico letta, impegnato nel vertice sui Marò, e resta per pochi minuti anche il vicepresidente del Consiglio Angelino Alfano. Il tempo di sentire le prime battute e poi esce dall’emiciclo: con De Girolamo ha parlato prima di entrare in un colloquio personale a porte chiuse.

La questione resta politica
Seduto in silenzio con le mani davanti alla bocca è invece il marito Francesco Boccia, che siede nei banchi del Partito democratico. Non applaude nemmeno alla fine, ma esce da una porta laterale. I piddini ascoltano imbarazzati. Il presidente del partito Gianni Cuperlo prova su Twitter a rompere questo silenzio imbarazzato e imbarazzante: «Penso che ci sia un tema politico che riguarda il criterio di opportunità, di contesto, non è un tema solo giudiziario. Per me si parte dal fatto che c’è una dimensione della politica che non si può scaricare su quella giudiziaria. Sia Letta a valutare il da farsi». Al termine della difesa interviene invece De Maria del Pd: «Rifletteremo. Restano zone d’ombra». Più che zone d’ombra, vere e proprie lacune, che rischiano di diventare voragini. «Vengo qui con grande spirito di serenità”, ha esordito la De Girolamo. «Vengo qui a dirvi che mai ho violato la Costituzione. La mia vita di politico, di persona e di donna è stata travolta da un linciaggio e un accanimento senza precedenti. Il mio unico patrimonio sono la mia dignità e la mia famiglia. Il riserbo dei primi giorni è stato scambiato per imbarazzo. E invece era solo rispetto per il lavoro della magistratura. Sono stata vittima di una vicenda surreale, ma non ho mai abusato della mia posizione». Tanti aggettivi, grande mozione degli affetti, ma pochi fatti. Solo uno resta appeso ad un filo: «Io non sono indagata, l’indagato è Pisapia e le intercettazioni sono abusive. Mai e poi mai il mio nome è coinvolto nella truffa alla Asl di Benevento che riguarda altre persone, una delle quali ha costruito un dossier contro di me, frutto di un complotto ai miei danni. L’impalcatura dello Stato democratico è stata sovvertita da manovratori occulti. Sono state estrapolate dai giornali e private dal contesto originario frasi che non sono la verità, il mosaico si vede nel suo insieme non pezzo per pezzo. Si tratta di una brutta opera se la guardiamo parzialmente o a pezzi così come è avvenuto». E respinge anche ogni accusa di raccomandazione: «Mi è stato chiesto, anche da persone autorevoli, di intervenire per amici, mogli, compagni fratelli. Ho sempre detto no e oggi mi fanno pagare anche questo». Tutto da chiarire, tutto da dimostrare, a dire il vero.

Un nuovo gioco online
Non a caso il blog di Beppe Grillo ha lanciato un sondaggio tra gli attivisti e gli iscritti al M5s sui ministri “da cacciare”. «I ministri si sono distinti per una pessima gestione di casi di interesse nazionale e internazionale e per piccoli e grandi scandali. Il caso Shalabayeva, l’affare Ligresti, le armi chimiche a Gioia Tauro, le intercettazioni della De Girolamo, i miliardi per gli F35 e quelli per la TAV, la svendita di Telecom Italia. Quale ministro cacceresti?» si legge sul blog. A seguire una bella tabella con la lista dei ministri da “sfiduciare”: Alfano per il caso Shalabayeva, Bonino «per le armi chimiche siriane a Gioia Tauro», Cancellieri «per l’affare Ligresti»; De Girolamo «per le intercettazioni sulla sanità in Campania», Lupi «per i 20 miliardi della TAV in Val di Susa», Mauro «per gli F35 e l’Afghanistan», Zanonato «per la svendita di Telecom Italia». Sarà pure un “gioco”, ma messi tutti in fila così i casi dei ministri sotto osservazione iniziano a fare impressione. Più che larghe intese, ormai siamo alle ampie offese…