Decide tutto il caro leader. Ignorati i mal di pancia della base. La democrazia grillina crolla sulla Raggi

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Democrazia diretta e potere al popolo sono i mantra di Beppe Grillo, che ripete costantemente la filastrocca dei parlamentari “cittadini” e “portavoce” di vaste moltitudini. A smentirlo è però la polemica di questi giorni, proveniente non da giornali “di regime”, come l’ex comico ama definirli, né da “politici corrotti dei partiti”, ma dalla base stessa della compagine romana del Movimento Cinque Stelle. I 250 attivisti riuniti a Roma domenica, lamentano un profondo scollamento con gli eletti, con i quali – dicono – è ormai “impossibile parlare”. I militanti, in sostanza, si accorgono di un problema democratico che è intrinsecamente radicato nel Movimento: basti riprendere la storia dei contratti firmati dagli eletti, costretti a pagare 150 mila euro di penali in caso di “disobbedienza”, ricordare i 18 deputati e altrettanti senatori che hanno abbandonato il Movimento (“solo” il 25% dei 163 eletti) perché non “allineati”, per capire che il margine di dialogo con la Casaleggio Associati è – per usare un eufemismo – molto stretto.

I veri numeri – La base conta poco e, seppure per ora in piccola parte, inizia a farsi largo una certa diffidenza sulla effettiva capacità di attivisti ed eletti di rappresentare fino in fondo gli elettori. Emblematico è il caso di Roma: al primo turno 461mila elettori hanno barrato il simbolo del Movimento (35,3%). Ma gli iscritti al blog che possono scegliere linea politica e candidati sono solo 9mila (appena il 2% di chi ha votato Raggi). Il dato si aggrava se si pensa a chi, tra gli iscritti, ha esercitato il proprio diritto: solo 3.800 persone hanno votato per un candidato sindaco (1.764 hanno scelto la Raggi) e solo 2.724 hanno votato le priorità del programma per Roma. Tradotto: solo lo 0,6% degli elettori pentastellati ha messo bocca sul programma elettorale e solo lo 0,4% degli stessi ha scelto Virginia Raggi.

Democrazia del web – Ancora più eclatante è il dato nazionale. Gli iscritti al Movimento con diritto di voto sulle scelte sono 135mila, ovvero lo 0,26% del totale degli aventi diritto al voto (51 milioni), chiaramente nemmeno vagamente rappresentativi dei milioni di elettori grillini che nei sondaggi vanno dal 28 al 30%. Meno di un elettore su cento si esprime nelle sedi a ciò predisposte. Unica occasione per avere numeri appena un po’ più consistenti è quando c’è da dare o meno ragione sul web a Grillo. Qui il Paradosso è servito su un piatto d’argento: chi gestisce il web (Grillo, Casaleggio) detiene in modo quasi assoluto lo stesso potere che dice di conferirgli. E mentre i pochissimi “attivisti” vivono l’illusione della propria importanza, i tantissimi elettori si cullano nella convinzione di essere rappresentati. Dalla democrazia diretta che domina l’illusione grillina si passa alla “Centralizzazione diretta” ottenuta nella pratica: si auto-costituisce, con numeri rappresentativi di una esigua minoranza, un’associazione online che con i suoi clic sceglie per tutti. L’operazione di marketing grillino segue dunque un algoritmo ben preciso: i cittadini si illudono di essere artefici delle scelte dei leader perdendo così la capacità oggettiva di criticarle. Il metodo governa sul contenuto, la forma sostituisce la sostanza e la realtà soccombe allo slogan. Un meccanismo che ieri i meetup hanno toccato con mano. C’è da chiedersi cosa accadrà quando l’illusione svanirà del tutto anche tra gli elettori, che dovranno fare i conti con il peggior nemico di ogni forza politica: il distacco dalla verità.

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