Decreto carburanti, perché lo sconto di 25 centesimi varato dal governo Meloni non sta funzionando

Il decreto carburanti vale 527 milioni per 20 giorni. La copertura arriva dai tagli ai ministeri (Salute compreso). Ma i prezzi risalgono già

Decreto carburanti, perché lo sconto di 25 centesimi varato dal governo Meloni non sta funzionando

Cinquecentoventisette milioni di euro per venti giorni. Tanto costa il decreto legge per ridurre il prezzo dei carburanti, approvato dal Consiglio dei ministri il 18 marzo 2026 alle sette di sera e pubblicato in Gazzetta Ufficiale nella stessa giornata. La misura principale: taglio delle accise su benzina e gasolio di 24,91 centesimi al litro, annunciato dalla premier Giorgia Meloni al Tg1 come “25 centesimi per tutti”, per un risparmio teorico di circa 15 euro su un pieno da 50 litri. Cinque giorni dopo l’entrata in vigore il gasolio risaliva in tutte le Regioni d’Italia, con il picco in Campania a 1,995 euro al litro e sulle autostrade a 2,045. Lo sconto si stava esaurendo prima della scadenza del 7 aprile.

Il meccanismo che non regge

Le accise sono la quota fissa di imposta sul carburante, indipendente dall’andamento del petrolio: poco più di 67 centesimi al litro su benzina e gasolio. Su entrambe si applica poi l’Iva al 22%, generando la cosiddetta tassa sulla tassa: più alta è l’accisa, più alta è la base imponibile. Il taglio temporaneo ridetermina le aliquote a 472,90 euro per mille litri, con un effetto totale che, calcolata l’Iva, supera i 24 centesimi, anche se il numero comunicato pubblicamente si è fermato ai venticinque.

Il problema è che il prezzo finale alla pompa dipende da tre variabili distinte: le accise, il costo industriale del carburante raffinato indicizzato all’indice Platts, il benchmark internazionale per i prodotti petroliferi raffinati, e i margini commerciali di compagnie e distributori. Il decreto agisce solo sulla prima. Il giorno stesso del Consiglio dei ministri il Brent aveva già superato i 112 dollari al barile, spinto dalle tensioni nel Golfo Persico. Il mercato si muoveva nella direzione opposta allo sconto, erodendo progressivamente il beneficio fiscale. Secondo i dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, circa l’87% degli impianti ha adeguato i listini al ribasso nei primi giorni. Il 13% no. L’Unione nazionale consumatori ha certificato che il calo, «avvenuto col contagocce, è terminato» nel giro di cinque giorni.

Chi paga lo sconto

Le coperture stanno all’articolo 5, quello sulle “Disposizioni finanziarie”: «corrispondente riduzione degli stanziamenti di competenza e di cassa di ciascuno stato di previsione della spesa» dei ministeri. In allegato al decreto, una tabella con la ripartizione precisa. Il taglio più consistente riguarda il Ministero dell’Economia con 127,5 milioni di euro. Seguono le Infrastrutture e i Trasporti con 96,5 milioni, il dicastero di Matteo Salvini, che aveva rivendicato la paternità della misura. Al terzo posto il Ministero della Salute, con 86,053 milioni di euro: una cifra superiore a quanto imposto all’Interno (30,1 milioni), all’Istruzione (25,7 milioni), all’Università (25,4 milioni), all’Ambiente (16,7 milioni).

Il governo non ha spiegato, né nel comunicato stampa né in nessuna dichiarazione pubblica dei ministri, quali voci di spesa sanitaria verranno compresse per liberare quegli 86 milioni. I tagli lineari non indicano capitoli specifici: si traducono in aggiustamenti interni che l’amministrazione gestisce senza pubblicità. Il dato politico e contabile rimane nella tabella allegata al decreto: venti giorni di sconto alla pompa vengono finanziati sottraendo, anche, 86 milioni al sistema sanitario nazionale. Risorse ordinarie permanenti usate per coprire una misura dichiarata temporanea.

Il precedente Draghi

La misura non era nuova. Il 22 marzo 2022, quattro anni esatti prima, il governo Mario Draghi aveva varato un taglio identico, 25 centesimi al litro, in risposta all’invasione russa dell’Ucraina. Inizialmente previsto per trenta giorni, fu prorogato sette volte consecutive attraverso altrettanti decreti. Il costo totale calcolato da Pagella Politica: circa 7,3 miliardi di euro, quasi 730 milioni al mese, con la cifra finale che si avvicinò ai 9 miliardi. E i due terzi del beneficio andarono alla metà più ricca della popolazione italiana.

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso (Fratelli d’Italia) aveva riepilogato quel precedente nelle settimane precedenti al decreto: la misura di Draghi si era rivelata «per lo più inefficace» e «troppo costosa»; «l’inflazione continuò a crescere» e i benefici si concentrarono «sui ceti benestanti, poiché le famiglie con redditi più elevati sono anche quelle con maggiori consumi di carburante.» Urso aveva ragione. Il 18 marzo 2026 ha votato il decreto.

Sconto azzerato per Pasquetta?

Il Consiglio dei ministri è durato mezz’ora. Salvini, da canto suo, ha annunciato il risultato prima che la riunione fosse formalmente chiusa: era già in studio a Rete 4 per la campagna referendaria. Nelle bozze del pomeriggio era comparso un bonus carburanti destinato ai soli redditi bassi. Meloni ha voluto un intervento generalizzato. Il referendum sulla separazione delle carriere era fissato tre giorni dopo. Mentre il governo incassava circa 9 milioni di extra-gettito fiscale al giorno dai prezzi in rialzo, la convocazione del Cdm è rimasta al condizionale fino a un’ora prima.

Sostanzialmente: lo stesso governo che aveva definito il taglio delle accise inefficace, regressivo e troppo costoso lo ha riproposto identico, con gli stessi centesimi e la stessa struttura temporanea. Lo sconto scade il 7 aprile. Il 6 è Pasquetta: oltre 11 milioni di italiani erano in viaggio nel 2025. Se il petrolio continua a salire, lo sconto si azzererà prima, lasciando quegli italiani al distributore con il gasolio stabilmente sopra i 2 euro. Esattamente come prima del Cdm del 18 marzo. 527 milioni più poveri.