Depistaggi e bugie sulla strage di Via d’Amelio. Trent’anni senza verità

Sono passati trent’anni ma la verità sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992 resta ancora una chimera.

Depistaggi e bugie sulla strage di Via d’Amelio. Trent’anni senza verità

Sono passati trent’anni ma la verità sulla strage di via D’Amelio resta ancora una chimera. Malgrado cinque distinti processi e infinite indagini, la giustizia italiana non è ancora riuscita a togliere il velo sui troppi misteri che ancora avvolgono l’attentato mafioso che ha messo fine alla vita del giudice Paolo Borsellino e a quella di cinque agenti della scorta, ossia Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Unico superstite l’agente Antonino Vullo.

Per decenni i depistaggi hanno reso impossibile l’accertamento della verità sulla strage di via D’Amelio

Quello di oggi non è un anniversario come gli altri perché a renderlo ancor più doloroso c’è la sentenza di una settimana fa sui presunti depistaggi che, per decenni, avrebbero reso impossibile l’accertamento della verità. Il processo, davanti al Tribunale di Caltanissetta, ha riguardato la primissima fase delle indagini che sarebbero state incanalate su un falso binario a causa delle dichiarazioni del falso pentito, Vincenzo Scarantino.

Fatti per i quali a finire davanti ai giudici erano stati Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, i tre ex poliziotti del pool stragi comandato dal prefetto Arnaldo da Barbera, accusati di calunnia per aver indotto il falso pentito a mettere a verbale bugie, per giunta puntando il dito su degli innocenti che poi sono stati condannati all’ergastolo, con l’aggiunta dell’aggravante mafiosa. Proprio quest’ultima contestazione, però, è stata esclusa dai giudici siciliani e per questo i reati contestati a Bo e Mattei sono stati dichiarati prescritti, a differenza di Ribaudo per il quale è stata disposta l’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”.

Cosa significa tutto ciò? Sebbene sia difficile dirlo con certezza, questo perché le motivazioni della sentenza non sono state ancora depositate, è probabile che i giudici hanno ritenuto che Bo e Mattei sarebbero stati al corrente dell’inattendibilità di Scarantino ma anche che, sempre secondo i magistrati, non hanno agito per favorire Cosa nostra. Insomma una vicenda per la quale, secondo la Procura di Caltanissetta, c’è stato “un depistaggio gigantesco e inaudito” che “ha coperto alleanze mafiose di alto livello” che, però, resta ancora senza colpevoli.

Cosa nostra sfida lo Stato. L’attentato infame contro Paolo Borsellino

Quando il boato del 19 luglio 1992 ha scosso Palermo, tutti hanno capito che era accaduto qualcosa di grave. Del resto quelli erano tempi in cui Cosa nostra aveva alzato il livello della sfida allo Stato italiano, tanto che appena cinquantasette giorni prima un altro attentato era costato la vita al giudice Giovanni Falcone e alla sua scorta. Insomma sentendo quel rumore assordante, tutti hanno immediatamente capito che la mafia aveva colpito ancora e molto duramente. Erano le 16.58 quando in via D’Amelio, sotto casa della madre del giudice Borsellino, una Fiat 126 con 100 chili di tritolo a bordo saltava in aria, lasciando dietro di sé una scia di morte e distruzione. Un esplosione spaventosa che non ha lasciato scampo al magistrato e ai suoi uomini della scorta.

Desecretati i dispacci Usa. Il giallo si infittisce

Una vicenda intricata e su cui permangono numerosi dubbi e misteri. Il primo fra tutti è senza dubbio il giallo su che fine abbia fatto l’agenda rossa che il giudice Borsellino portava sempre con sé e su cui avrebbe annotato nomi, pensieri, intuizioni e piste investigative. Stando a quanto emerso dalle indagini, il magistrato l’avrebbe avuta con sé, inserita all’interno di una valigetta marrone, anche al momento dell’esplosione di via D’Amelio. Peccato che quando la valigetta è stata riconsegnata ai familiari, dell’agenda non c’era più traccia.

Non meno misteriosa è la circostanza, raccontata da diversi testimoni, di presunti agenti dei servizi segreti “in giacca e cravatta” che avrebbero effettuato un sopralluogo subito dopo l’attentato. Di loro, proprio come per l’agendina, non si è mai saputo nulla di certo. Ma l’ultima novità è quella emersa pochi giorni fa nel libro di Andrea Spiri, The End 1992-1994. La fine della prima Repubblica negli Archivi segreti americani, in cui vengono citati alcuni inviati a Washington da diplomatici americani in Italia.

Si tratta di atti desecretati in cui Borsellino viene descritto come il “nuovo simbolo della speranza” e che il suo omicidio ha causato contraccolpi alla credibilità stessa del Paese. Nei dispacci americani spuntano anche ombre su possibili condizionamenti di Cosa nostra nei confronti delle attività dello Stato italiano tanto che il console Richard Mann, commentando il trambusto di quei giorni, si chiedeva “dono sono finiti i decreti antimafia varati dal governo Andreotti all’inizio di giugno?”.

Esecutori e mandanti. La giustizia si accontenta

Il primo processo per la morte di Borsellino risale al 1994 quando, come esecutori materiali, vengono processati Vincenzo Scarantino, piccolo contrabbandiere della Guadagna che si era autoaccusato della strage, il boss Salvatore Profeta, Giuseppe Orofino, proprietario dell’officina in cui venne imbottita di tritolo la Fiat 126, e Pietro Scotto. In primo grado furono tutti condannati all’ergastolo mentre Scarantino, pentito e accusatore degli altri, a 18 anni.

In appello le tesi dell’accusa iniziano a scricchiolare tanto che l’ergastolo viene confermato solo per Profeta, mentre la condanna di Orofino è scende a 9 anni per favoreggiamento, Scotto viene assolto mentre vengono confermati i 18 anni a Scarantino. Ma è solo l’inizio. Nel 2004 si chiude pure il Borsellino bis che punta il dito sulla Cupola siciliana con ben tredici ergastoli tra cui quelli a Totò Riina, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto, Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Lorenzo Tinnirello, Giuseppe Urso e Gaetano Murana.

Malgrado col tempo la sentenza sia diventata definitiva, tutto cambia ancora una volta con il pentimento del capomafia Gaspare Spatuzza che denunciando il depistaggio delle prime indagini basato sulle false accuse di Scarantino, ha determinato la sospensione – poi l’annullamento al termine del processo di revisione – delle pene per Profeta, Scotto, Vernengo, Gambino, La Mattina, Urso e Murana, che a conti fatti sono risultati ingiustamente accusati. Nel 2006 è la volta del processo Borsellino ter con cui sono state inflitte condanne a vita a diversi boss tra cui spicca quella a Bernardo Provenzano.

Ma tra i condannati spuntano anche diversi collaboratori di giustizia come Giovanni Brusca, a cui i giudici hanno inflitto 13 anni e 10 mesi. Il Borsellino quater, invece, risale al 2021 quando sono stati condannati all’ergastolo – per strage – i due capimafia Salvatore Madonia e Vittorio Tutino. Nello stesso procedimento condannati anche i tre falsi pentiti, Calogero Pulci (10 anni), Francesco Andriotta (9 anni e 6 mesi) e Scarantino che, però, era ormai uscito di scena per sopraggiunta prescrizione.