Dimissioni e reincarico. Inizia oggi la sfida per il Conte ter. Ultima chiamata per i centristi. I giallorossi provano a ripartire senza i renziani in coalizione

QUIRINALE
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Oggi il premier salirà al Colle per rassegnare le dimissioni. Prima ci sarà un Consiglio dei ministri in cui comunicherà le sue scelte. Una strada obbligata da imboccare, nonostante le insidie e i rischi. Il sentiero per Giuseppe Conte si era fatto sempre più stretto, strettissimo. Il suo progetto iniziale di andare alla conta in Parlamento su un tema divisivo come quello della giustizia e su un ministro, come Alfonso Bonafede, non amato da quelle forze che dovrebbero palesarsi come volenterosi e responsabili, è apparso di ora in ora sempre più pericoloso. Andare incontro a una molto probabile sconfitta nella conta significava bruciarsi la possibilità di avere un reincarico da Sergio Mattarella.

Ecco allora che il premier ha ceduto all’invito arrivato da più parti nella maggioranza: fare quel passo indietro – rischioso ma a questo punto inevitabile – per tentare la carta del Conte ter. Il premier stesso ha cominciato a prendere in considerazione tale ipotesi nei giorni scorsi ma solo a fronte – questo il suo paletto – della costituzione di un nuovo gruppo, la cosiddetta quarta gamba. Non prima. Ma il problema è che questa gamba non si è formata mai. A oggi i numeri non ci sono, andare alla conta in aula è un suicidio, gli hanno detto. E lui ne ha preso atto.

Tanto il Pd quanto il M5S gli hanno fatto capire che l’unica via per salvare il governo e cercare una maggioranza stabile, stanando finalmente i volenterosi (se ci sono), è passare dalle dimissioni-lampo, per un reincarico. I dem hanno assicurato a Conte che il suo ruolo “è imprescindibile” e che il Pd è comunque al suo fianco. Idem hanno fatto i Cinque Stelle. “Il passaggio per il cosiddetto Conte ter è ormai inevitabile ed è l’unico sbocco di questa crisi scellerata. Un passaggio necessario all’allargamento della maggioranza. Noi restiamo al fianco di Conte”, hanno fatto sapere i capigruppo di Camera e Senato del M5S, Davide Crippa ed Ettore Licheri.

Concetto ribadito pure da Luigi Di Maio. “Convinto sostegno a Giuseppe Conte”, assicurano da Leu. “Con Conte per un nuovo governo chiaramente europeista e sostenuto da una base parlamentare ampia, che garantisca credibilità e stabilità per affrontare le grandi sfide che l’Italia ha davanti”, sintetizza Nicola Zingaretti. Per i dem questo significa un esecutivo che potrebbe tenere dentro, oltre la componente dei “volenterosi”, anche eventualmente renziani e forzisti, in uno schema nel quale il leader di Iv non dovrebbe essere però determinante.

“Se Renzi si mette nell’ottica di una responsabilità nazionale senza ricatti e senza prepotenze, si può guardare a una fase nuova”, ha detto Goffredo Bettini, chiedendo al senatore di Rignano un segnale. E anche il M5S, nonostante i veti sull’ex Rottamatore da parte dei vertici, potrebbe aprire a un ritorno al dialogo, a patto che il leader di Iv non faccia parte dell’esecutivo per non condizionarlo. Gli azzurri, invece, guardano, almeno ufficialmente, a un esecutivo di salvezza nazionale: “La strada maestra è una sola: rimettere alla saggezza politica e all’autorevolezza istituzionale del Capo dello Stato di indicare la soluzione della crisi, attraverso un nuovo governo che rappresenti l’unità sostanziale del paese in un momento di emergenza oppure restituire la parola agli italiani”, ha dichiarato Silvio Berlusconi.

Diversamente da Lega e FdI che reclamano il voto. A un governo di salvezza nazionale guardano pure l’Udc e i senatori totiani. “Se un nuovo incarico è la fotocopia di quello che è oggi, non ci interessa”, commenta Antonio Saccone. Ma potremmo essere nella fase delle schermaglie. Si vedrà. Resta il fatto che le insidie sulla strada del Conte ter rimangono. Con l’apertura delle consultazioni l’orientamento di alcune forze politiche (leggi Iv) potrebbe anche ricadere su un altro nome, ovvero quello che Conte ha sempre temuto e ha voluto sempre evitare. Fino a ieri.