Direzione Pd, gli ex renziani ancora all’attacco di Schlein. Che continua a incassare senza reagire

La direzione del Pd si è trasformata nell’ennesimo test di resistenza tra la segretaria Elly Schlein e l’area riformista

Direzione Pd, gli ex renziani ancora all’attacco di Schlein. Che continua a incassare senza reagire

La direzione del Partito democratico, convocata per dare una rotta e non per misurare i nervi scoperti, si è trasformata nell’ennesimo test di resistenza tra la segretaria Elly Schlein e l’area riformista. Schlein ha provato a “volare alto” e a parlare di orizzonte: un pensiero lungo, i prossimi vent’anni, una visione capace di coniugare giustizia sociale e lotta alle diseguaglianze. Poi è tornata sul terreno dell’opposizione quotidiana: sulla sicurezza ha accusato il governo di fare propaganda, di scaricare le responsabilità sui sindaci e di non affrontare il nodo vero, cioè prevenzione, presidio del territorio e risorse.

Riformisti all’attacco di Schlein. Nuova resa dei conti nel Pd

Quando è passata alla politica estera, ha ribadito il sostegno al popolo ucraino in vista dell’anniversario dell’aggressione russa. Ma il punto politico della giornata è arrivato dopo, nelle conclusioni della sua relazione, con il tentativo di disinnescare il malcontento interno: è “sano” che esistano minoranze, il pluralismo è un valore, lei stessa è stata in minoranza quando spesso la minoranza veniva sbeffeggiata, ha raccontato Schlein. Il messaggio, però, ha un secondo livello: si può essere d’accordo o no, ma è “sbagliato” dare all’esterno l’idea di un Pd con linee diverse. Insomma: discutere sì, ma senza trasformare il confronto in uno scontro.

L’affondo dei riformisti contro Schlein

I riformisti, però, non si accontentano della cornice e dell’appello all’unità. Simona Malpezzi chiede di “aumentare gli spazi” in cui la minoranza possa portare un contributo e sposta la lente sul referendum sulla giustizia: serve una campagna chiara nel merito, anche perché per vincere bisogna parlare pure a quegli elettori dem che voteranno Sì. Giorgio Gori alza il cartellino rosso: è inaccettabile far passare per “traditore” o “colluso col nemico” chi, nel campo progressista, sceglierà il Sì. Piero Fassino invita a disinnescare le caricature, a non mettere in scena scorciatoie identitarie e, soprattutto, a evitare che una discussione interna diventi un boomerang comunicativo come nel caso del rapporto che qualcuno ha voluto stabilire tra Casapound e chi vota sì.

Dal referendum sulla giustizia alla politica estera

Il passaggio più spinoso resta l’alleanza “testardamente unitaria” con il M5S. Lorenzo Guerini mette in fila l’obiezione: “Non possiamo farci menare per il naso da Conte (Giuseppe, ndr) che non vuole mai una discussione e un tavolo in cui confrontarci sul programma. L’incontro con le opposizioni è fondamentale dentro la dimensione parlamentare, ma non può diventare episodico nella costruzione di un programma politico condiviso”.

Pina Picierno sposta l’affondo sulla politica estera: si parla di internazionalismo progressista e democratico, ma come lo si costruisce, chiede, se in anni di invasione russa la segretaria non è mai andata a Kiev, “frontiera” e simbolo della difesa della democrazia liberale. E poi il tema identitario: il Pd nasce riformista e di centrosinistra, ma oggi “liberale” sembra diventata una parola sospetta. È ancora casa anche per chi si riconosce in quell’area?, chiede polemica.

La bandierina dei riformisti

Sul versante europeo i riformisti cercano una bandiera condivisibile: Gori contesta la narrazione su Pedro Sánchez e la spesa militare, ricordando gli obiettivi di capacità Nato condivisi dai leader europei. Poi, con Delrio, Guerini, Picierno e Fassino, firma un ordine del giorno sugli Stati Uniti d’Europa, assunto dalla presidenza della Direzione guidata da Stefano Bonaccini e approvato.

Alla fine passa anche la relazione della segretaria: 162 favorevoli e 11 astenuti secondo i numeri ufficiali. Ma dalle fonti riformiste filtra un altro conteggio: gli astenuti sarebbero più vicini a una ventina, includendo chi ha votato da remoto. Dettaglio? Fino a un certo punto: nel Pd perfino l’aritmetica diventa politica e ogni numero si porta dietro una lettura.

Morale della direzione

Morale: Schlein tenta di tenere insieme identità e opposizione, tenendo sotto controllo il rumore interno. I riformisti replicano che la “linea” non si custodisce con richiami all’unità, ma si costruisce con sedi reali di confronto, scelte nette e parole meno scomposte. E il partito, ancora una volta, esce con due messaggi sovrapposti: uno per il Paese e uno per sé stesso, come se il primo avversario da battere fosse la propria immagine riflessa.