Direzione Pd senza sbocchi. Volano gli stracci, ma anche questa volta la scissione si fa domani

di Stefano Iannaccone
Politica

Niente scissioni. Ma nemmeno una lontana minaccia di uscita di scena dal Pd. Al massimo c’è l’addio di un ex candidato alle primarie, come Gianni Cuperlo. Il deputato ha promesso che se voterà “no” al referendum, il giorno dopo rassegnerà le proprie dimissioni alla Camera. Ma, al di là del gesto solitario dell’ex consigliere di Massimo D’Alema, non si parla di rotture definitive. C’è giusto un’eco, quasi un rumore di sottofondo. Certo, nessuno immaginava un evento storico come la fondazione del Partito comunista nel 1921, con la scissione dal Partito socialista. E nemmeno ci si attendeva una svolta in stile Bolognina, quando l’allora segretario del Pci, Achille Occhetto, annunciò la fine del Pci, almeno nella forma e nei simboli con cui era noto. La storia è un’altra, i protagonisti altrettanto.

ALLONTANAMENTO
Ma la direzione del Pd, alla vigilia definita pomposamente la “più importante di sempre”, è risultata ancora un esercizio di stile. Addirittura è stato Matteo Renzi, che da segretario  avrebbe tutto l’interesse a tenere compatto il partito, a indicare una possibile spaccatura: “Deve essere chiaro che la nostra responsabilità di tenere unito il partito non arriva a tener fermo il Paese”. Quasi un tentativo di allontanare i tanto odiati avversari interni, a cui il presidente del Consiglio ha dedicato toni sprezzanti per l’intera direzione. Dal primo all’ultimo minuto. Eppure è arrivato ad offrire  una possibile soluzione solo per raggiungere il suo scopo: ottenere il “sì” al referendum della truppa di parlamentari legati all’ex segretario Pier Luigi Bersani, che in teoria porterebbe in dote pure una potenziale parte di militanti storici.

PRUDENZA ECONOMICA
Insomma, tutti restano sotto lo stesso tetto del Pd, preferendo vivere da separati in casa. Ma per quale motivo? A meno che non sia masochismo, si tratta di un calcolo di convenienza, politica ma soprattutto economica. La cassa del partito in questo momento è nelle mani dei fedelissimi di Renzi, che sta compiendo un immane sforzo per sostenere il “sì” al referendum sulle riforme. Per questo abbandonare la casa-madre significherebbe anche lasciare il tesoro al segretario, mentre la (eventuale) nuova formazione politica dovrebbe reperire risorse in una fase di rinsecchimento della fonte del finanziamento pubblico. Peraltro nemmeno organizzazioni amiche della sinistra dem (vedi Cgil) sarebbero intenzionate a dare una mano. In un quadro del genere la scissione è più un’arma, che a volte sembra solo un taglierino, per provare a condizionare il dibattito. E magari ottenere uno strapuntino.

COSA RESTA
Dopo il confronto a Largo del Nazareno, resta così solo la suggestione della scissione, che viene paventata tra i corridoi, viene sussurrata in privato, negli sfoghi ad alta voce. Ma quando è il momento ufficiale vince la prudenza. Il tatticismo. Proprio Cuperlo è stato l’unico a provare ad andare sopra le righe: “Ora dobbiamo restare uniti, dopo, se necessario, ci divideremo”, ha detto. Facendo, in maniera involontaria, il verso alla canzone di Giorgio Gaber, che recita: “La rivoluzione? Oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente”. E non a caso il titolo è Qualcuno era comunista.