Diritti delle donne, il piano di fusione tra le agenzie Onu mette a rischio la tenuta del sistema

Diritti delle donne, UN80 punta ad accorpare UN Women e UNFPA per l'efficienza. Ma 500 organizzazioni avvertono: è una resa ai tagli di Trump

Diritti delle donne, il piano di fusione tra le agenzie Onu mette a rischio la tenuta del sistema

Trecentocinquanta milioni di donne nel mondo non hanno accesso alla contraccezione. Per molte di loro, l’unico interlocutore istituzionale è Unfpa, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione. Per chi subisce violenza di genere, il riferimento è UN Women. Due agenzie distinte, con mandati distinti. António Guterres propone di fonderle, in nome dell’efficienza.

L’iniziativa si chiama UN80, in vista dell’ottantesimo anniversario dell’Onu. L’obiettivo dichiarato è ridurre le duplicazioni, semplificare la struttura. Nessuno ha ancora pubblicato la valutazione sui benefici concreti. La proposta è già sul tavolo, e le organizzazioni per i diritti delle donne di mezzo mondo stanno facendo i conti.

Solo che i conti non tornano. Nel 2024, UN Women aveva un budget di 500 milioni di dollari, Unfpa ne aveva 1,45 miliardi, quasi tre volte tanto. Cifre già esigue rispetto ai problemi affrontati: prevenzione delle mutilazioni genitali femminili, pianificazione familiare nelle aree di crisi, contrasto ai matrimoni forzati. Fòs Feminista, alleanza internazionale per l’accesso alla salute riproduttiva, ha pubblicato il 26 gennaio un rapporto che documenta come la sovrapposizione tra le due agenzie sia minima. Se il problema fosse l’efficienza, non si partirebbe da qui.

Gita Sen, cofondatrice della rete femminista Dawn, spiega il meccanismo: quando un donatore apprende che due agenzie si fondono, la prima domanda è quanto risparmierà. Il rischio non è teorico: in precedenti fusioni nel sistema Onu, il finanziamento complessivo si è ridotto perché i donatori hanno trattato il nuovo ente come uno solo dei due precedenti e non come la loro somma.

Il voto che apre la porta

Una fusione richiede un voto all’Assemblea Generale, e qui la questione tecnica diventa quindi politica. Il voto aprirebbe uno spazio formale in cui gli Stati ostili ai diritti delle donne potrebbero ridiscutere il mandato del nuovo ente. Nell’ultimo anno diversi governi hanno smantellato ministeri dedicati al genere e promosso la Geneva Consensus Declaration, dichiarazione esplicitamente anti-aborto circolata con il sostegno americano.

Gli Stati Uniti hanno già ritirato i finanziamenti a entrambe le agenzie. L’amministrazione Trump ha ampliato il “global gag rule”, che blocca i fondi federali americani a qualsiasi organizzazione che menzioni l’aborto come opzione sanitaria. Jessica Stern, copresidente dell’Alliance for Diplomacy and Justice, è esplicita: se la proposta arriva al voto assembleare, Washington userà la propria influenza per smantellare l’architettura istituzionale per la parità di genere e i diritti riproduttivi.

Alla sessione annuale della Commissione sulla Condizione delle Donne (Csw), in corso questa settimana a New York, il Centre for Family and Human Rights (CFam) è presente come osservatore accreditato. Il presidente Austin Ruse ha inviato ai sostenitori una mail dal titolo «5.000 pazzi del gender si calano sull’Onu», chiedendo fondi per opporsi a qualsiasi documento che «minacci la famiglia, il bambino non nato e la nostra comprensione della persona umana». CFam influenza le negoziazioni sui documenti finali Csw da anni, con accredito regolare e accesso alle trattative.

Le rassicurazioni non bastano

Né UN Women né Unfpa si oppongono ufficialmente al processo: entrambe sostengono UN80, a condizione che i rispettivi mandati vengano preservati e la direttrice esecutiva di UN Women, Sima Bahous, ha assicurato gli Stati membri che il mandato «rimarrà il fondamento incrollabile» dell’organizzazione.

Intanto più di 500 organizzazioni e quasi 100 individui hanno firmato una lettera aperta a Guterres. Il testo avverte: ogni volta che la salute sessuale e riproduttiva è stata assorbita in mandati più ampi senza articolazione esplicita, è stata de-prioritizzata, sottofinanziata o resa politicamente invisibile. Regno Unito, Svezia, Brasile e Germania lo hanno ribadito formalmente in sede di consiglio Unfpa.

Beth Schlachter di MSI Reproductive Choices, sentita dal Guardian, chiama la proposta «un momento di cavallo di Troia». Fadekemi Akinfaderin, chief global advocacy officer di Fòs Feminista, è più diretta: «La sensazione è che, siccome gli Usa hanno chiuso i rubinetti, l’Onu sia disposta a gettare l’uguaglianza di genere sotto l’autobus».

La Csw di questa settimana non voterà sulla fusione. La proposta di risparmio ha già prodotto un effetto: ha reso visibile quanto sia sottile la linea tra riformare un’istituzione e svuotarla. Trecentocinquanta milioni di donne aspettano di sapere da che parte cade.