Diritti giù dalla cattedra, l’inutile lezione del prof gay. Il docente sfoggia la maglia “Sono omosessuale”. Ma la vera libertà sessuale non è ostentata

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Potremmo sintetizzare in questo modo: la ragione sarebbe anche giusta, sono i mezzi ad essere completamente errati. Con la conseguenza che si va ad intaccare quell’obiettivo che, affrontato in ottica differente, sarebbe rimasto sano e puro. Già, perché il fine non giustifica i mezzi. Non deve. E così la scelta del professore Andrea Cozza, 60 anni e dai primi anni ‘90 all’Università di Palermo dove insegna Lingua e letteratura greca, di indossare una maglietta durante lezione con su scritto: “Io sono omosessuale”, è errato. Non solo perché sono altre le sedi dove far battaglia per il riconoscimento dei propri diritti, ma anche perché in questo modo si presta solo e soltanto il fianco a chi – movimenti di destra e associazioni fondamentaliste cattoliche – non aspetta altro per alzare polveroni e lanciare accuse nei confronti del “mondo gender”.

Il brivido di un momento – Ma quale la ragione della protesta del professore universitario? Come lui stesso ha poi avuto modo di dire, Cozza ha voluto esprimere il suo dissenso rispetto alla decisione dell’Università di Verona che ha annullato un convegno su “Richiedenti asilo orientamento sessuale e identità di genere“, previsto per ieri. Una motivazione condivisibile, come detto. Ma si resta fermi a un punto archimedeo: serve davvero una maglietta per arginare un senso di discriminazione sempre più acre che circola in aria? Serve una serie di articoli che rilanciano la protesta di un professore universitario per consentire che l’Italia diventi, finalmente, un Paese in cui i diritti civili vengono tutelati? La risposta è – o dovrebbe essere – retorica. Perché la libertà sessuale è un diritto fondamentale, indice della cività di uno Stato. Mai potremmo rinunciare e, anzi, bisogna fare in modo che venga sempre più tutelato. Ma le strategie in ambito sociale rivestono un ruole focale. Ecco perché far “salire in cattedra” un tema così delicato con una maglietta che, peraltro, dovrebbe essere indice di una protesta che dal Sud si trasferisca al Nord, non ha senso. E, soprattutto, non porta a nulla. Se non alla fama – volente o nolente – del dimostrante. Tra qualche giorno il tema sarà morto e sepolto. E ci si ricorderà solo e soltanto del professore con la maglia “Io sono un omosessuale”. Qualcuno chiederà: ma perché l’ha fatto? E pochi, forse nessuno, saprà rispondere.

Soluzioni alternative – E ricadiamo, dunque, nella domanda iniziale: quanto un fine nobile deve “fare i conti” col suo mezzo? Tanto. Perché, forse, una raccolta firme – seria e circostanziata – di tutti i professori universitari di tutti gli atenei d’Italia sull’importanza che a Verona non si retrocedesse dinanzi alle minacce fasciste su un tema civile così importante, avrebbe avuto più senso, più forza, più impatto. Avrebbe fatto intendere come la cultura e l’istruzione siano orientate verso l’apertura a tutte le istanze e verso il pieno rispetto dei diritti di ognuno. Cose che, insomma, una maglia non può certamente simboleggiare.

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di Gaetano Pedullà

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